Il massacro delle saline di Aigues Mortes

La drammatica cronaca apparsa sul Journal du Midi, diffuso quotidiano provenzale, il 18 agosto del 1893. “Ho appena assistito a una scena di un’efferatezza senza precedenti e indegna di un popolo civile. Verso le due e mezza del pomeriggio, in piena piazza Saint Louis, un povero disgraziato è stato assalito da una banda di bruti ed è stato letteralmente massacrato. I forsennati lo hanno abbandonato solo dopo avergli ridotto il cranio in poltiglia”. Lo sconvolto cronista racconta un episodio di quella vera e propria caccia agli italiani che, il 16 e il 17 agosto di 125 anni fa, provocò a Aigues Mortes, graziosissima cittadina francese, affacciata sul delta del Rodano fra la Provenza e la regione di Languedoc-Roussillon, nel Midi. la morte di dieci lavoratori Italiani, , mentre un centinaio riportava ferite e fratture, in qualche caso tali da rimanere invalidi. La loro “colpa”, secondo l’opinione pubblica del tempo, quella di accettare condizioni di lavoro pessime, pur di guadagnare qualcosa. “Ma in realtà a queste tensioni che si verificavano soprattutto con i saliniers in arrivo dalle Cévennes si aggiunse una propaganda politica durissima contro gli italiani: si sarebbe andati al voto da lì a pochi giorni,

Nell’estate del 1893 la Compagnie des Salins du Midi cominciò ad assumere lavoratori per la raccolta stagionale del sale dalle vasche di evaporazione delle saline Con la disoccupazione in aumento a causa della crisi economica europea, la prospettiva di trovare lavoro stagionale attirò più persone del solito, tra cui molti italiani, in particolare piemontesi. La convivenza era difficile, gli italiani erano spesso visti come quelli che “venivano a togliere il lavoro ai francesi” apostrofati come Macaroni o Piemontais.

La mattina del 16 agosto una rissa tra lavoratori degenerò  in una questione d’onore, nonostante l’intervento della gendarmerie,la situazione peggiorò rapidamente
In città si diffuse la falsa notizia che gli italiani avevano ucciso alcuni concittadini; la popolazione ed i lavoratori locali rimasti disoccupati andarono quindi ad ingrossare le file dei lavoratori francesi inferociti Un gruppo di italiani in città fu attaccato e si rifugiò in una panetteria, cui i francesi tentarono di dar fuoco. Il Prefetto richiese l’invio di truppe intorno alle 4 del mattino del 17 agosto, ma queste giunsero in città solo alle 18, quando la strage si era già consumata, poi i rivoltosi si diressero alle saline Peccais, dove era concentrato il maggior numero di lavoratori italiani. Il Capitano della Gendarmeria cercò di proteggere gli italiani, promettendo ai rivoltosi che avrebbe cacciato gli italiani una volta che fossero stati accompagnati alla stazione ferroviaria di Aigues-Mortes. Ma proprio durante il trasferimento alla stazione, gli italiani furono attaccati,  vennero linciati, bastonati, affogati o colpiti da armi da fuoco. Morirono i cuneesi Giovanni Bonetto, 31 anni, di Frassino, e Giuseppe Merlo, 29 anni, di Centallo; i torinesi Vittorio Caffaro, 29 anni, di Pinerolo; e Bartolomeo Calori, 26 anni, di Torino; l’alessandrino Carlo Tasso, 58 anni, di Cerrina; l’astigiano Secondo Torchio, 24 anni, di Tigliole, il ligure Lorenzo Rolando, 31 anni, di Altare (Savona), il lombardo Paolo Zanetti, 29 anni, di Alzano Lombardo (Bergamo) ed il toscano Amaddio Caponi, 35 anni, di San Miniato (Pisa),sconosciuta l’identità della decima vittima

Le indagini portarono a 17 rinvii a giudizio; di questi imputati, solo otto avevano precedenti penali. Con l’avanzare del processo, emerse chiaramente che non ci sarebbero state condanne. Il New York Times riferì che la realtà dei fatti era estremamente dubbia a causa di testimonianze false fornite da entrambe le parti. Era evidente che una giuria francese non avrebbe condannato dei cittadini francesi. Il 30 dicembre la giuria assolse tutti gli imputati. Questi si alzarono per ringraziare e il pubblico in aula li acclamò tra gli applausi

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Elezioni 18 aprile 1948 “Dio ti vede….”

Il 18 Aprile 1948 è passato alla storia perché è stato l’anno delle prime elezioni politiche in Italia dopo l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana che hanno comportato una scelta di campo nel nuovo contesto internazionale.  La posta in gioco, si dice, è alta: il voto degli italiani stabilirà non solo a quale forza politica affidare il governo nella I legislatura repubblicana, ma soprattutto a quale schieramento internazionale appartenere: il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti o quello orientale dominato dall’Unione Sovietica.

Quarantasette milioni di abitanti dello Stivale – erano 29,1 milioni i cittadini che si apprestavano ad andare alle urne, nonostante il piano Marshall che aveva dotato di aiuti economici l’Europa, erano provati dall’esperienza del fascismo e della guerra. Il 23 per cento delle abitazioni non aveva l’acqua e il 73 per cento era privo di servizi igienici. Era dunque assai diffusa la speranza che la competizione avrebbe cambiato il tenore di vita

In Italia, la campagna elettorale si tiene a tutto campo: nelle piazze riempite dai comizi dei leader e nelle strade tappezzate di manifesti, simboli di partito e slogan ad effetto. Celebre è quello dello scrittore Giovannino Guareschi: “nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no”. Ideato per convincere gli elettori cattolici a dare preferenza alla DC piuttosto che al Fronte, gioca su una comunicazione fortemente emotiva. Il rischio che la Sinistra possa affermarsi alle urne spinse anche la Chiesa cattolica ad intervenire. Papa Pio XII promuove la creazione dei Comitati Civici guidati da Luigi Gedda, i quali risultano fondamentali per la mobilitazione delle masse cattoliche in ogni diocesi del Paese. Sempre i Comitati di Gedda s’impegnarono nell’organizzazione di lunghe processioni notturne molto spettacolari e scenografiche della «Madonna pellegrina». La statua di Maria accompagnata da veglie, preghiere e canti di Salve Regina approdava così non solo nelle comunità parrocchiali ma anche nelle fabbriche tra gli operai e nelle campagne tra i braccianti ». Il Fronte controbatteva con il volto sorridente di Garibaldi: «Se voti per me voti per te». L’Eroe dei Due Mondi era poi esibito durante i tour di camion addobbati con il tricolore «per la raccolta di soldi, di polli e di uova per la mobilitazione delle masse». Lo stesso Garibaldi veniva però raffigurato dalla DC, che rovesciandone l’immagine lo presentava come Stalin

Il responso delle urne è dirompente: la Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza relativa dei voti, il 48,5%, e quella assoluta dei seggi, ben 305 alla Camera dei Deputati. Il Fronte Democratico si ferma al 31% conquistando 183 seggi. Le sinistre scontano anche la spaccatura interna ai socialisti, consumatasi l’anno prima con la scissione di Palazzo Barberini e la nascita del Partito Social Democratico di Giuseppe Saragat (la lista di riferimento, Unità Socialista, prende il 7%).

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I miei primi quarant’anni

Quaranta anni fa, la mia grande passione stava per diventare il mio lavoro, realizzavo il mio sogno, diventare fotoreporter. L’occasione fu il 41° congresso del Partito Socialista Italiano, che si svolse a Torino, al Palazzetto dello Sport, era il congresso della  “strategia dell’alternativa” quello in cui venne approvato il nuovo simbolo col garofano. Mio padre, già allora ricco di documenti e fotografie storiche, venne chiamato da due grandi appassionati di storia del Partito Socialista, Caterina Simiand e Marco Brunazzi, per allestire una mostra all’interno dello spazio espositivo del Palazzetto, ricordo le sere passate al buio a sviluppare e stampare le immagini 50×70 in bacinelle enormi, litri e litri di acido fotografico, poi a lavoro ultimato, la richiesta di realizzare la mia passione, il pass da fotoreporter.  Il corredo fotografico era quello che mio padre usava per i matrimoni: Rolleyflex sei per sei, poco adatto per eventi del genere, per questo mi feci prestare da un pancalierese una Konica formato Leica con teleobbiettivo.  Erano i giorni in cui l’onorevole Aldo Moro era prigioniero delle Brigate Rosse, quindi il servizio d’ordine all’ingresso era rigorosissimo, l’ingresso al palazzetto per me fu come l’ingresso in un arena, tutto attorno tribune piene di ospiti provenienti da tutte le delegazioni del mondo, via vai di personaggi politici famosi e io che non sapevo da che parte cominciare, ero li, e adesso?

Una grossa idea, me la diede Remo Pecorara, grande fotografo e maestro di vita; “….perchè non fotografi le delegazioni e gli vendi le foto a ricordo dell’evento?” Aveva ragione, del resto eravamo solo io e lui i due fotografi delegati dal Partito, gli altri erano reporter di testate giornalistiche. Fu un successo, di giorno fotografavo, la sera venivo a casa, sviluppavo e stampavo le foto, magari per tutta la notte, le mettevo ad asciugare e l’indomani mattina ripartivo per il Congresso. Fu così per quattro giorni, dormendo pochissimo, ma del resto se non lo fai a diciotto anni e con tutta quell’adrenalina in corpo. Coi guadagni di quel Congresso mi comprai un corredo Nikon FM (la mitica Contax RTS di Remo Pecorara, rimaneva un sogno) e soprattutto da quel Congresso, nacque la mia collaborazione fotografica col PSI e poi col PCI, per anni al seguito di  tutti i loro eventi, compreso il Festival Nazionale dell’Unità, svoltosi a Torino nel 1981, questo mi avvicinò allo staff di Radio Flash, diretta da quel genio di Luciano Casadei, cominciarono così gli anni dei concerti coi  migliori artisti italiani e stranieri e io sempre lì a far foto. Negli  ultimi anni di quello splendido decennio, ebbi la fortuna di collegare un’altra grande mia passione, quella dello sport automobilistico e in particolare la Formula 1. La splendida idea di un mio amico, Piero Galesso, di fondare un fan club, il primo in Italia,  dedicato ad un astro nascente della Formula Uno, tale Ayrton Senna da Silva, ci porto in giro per autodromi, con il pass ufficiale dello stesso Ayrton, che pur diventando Campione del Mondo, continuava ad avere con noi, dell’Ayrton Senna fan’s Club Italia  un rapporto speciale. Negli anni novanta, altre scelte professionali, mi allontanarono da quel mondo che ricordo sempre con piacere, felice di essere salito sul treno giusto, che spesso non è quello che deve per forza arrivare in orario.

 

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Ugo, il Male e il diritto alla cazzata

Colpevole la bella serata passata con amici, dedicata a Ugo Tognazzi, assaggiando i piatti che amava cucinare il famoso attore, tornando a casa pensavo a questo personaggio e a quello che secondo me, è stato il suo più bello scherzo. Fedele al suo personaggio e al motto da lui inventato: “ rivendico il diritto alla cazzata” Tognazzi prestò la sua faccia agli autori del Male, rivista satirica nata verso la fine degli anni 70, grazie ad un idea di Pino Zac, Vincino e Vauro. Il marchio di fabbrica di questa rivista era la falsa prima pagina di un quotidiano (altro che  le fake news dei nostri tempi) ricordo benissimo che persino mio padre cascò in questo scherzo, quella volta che arrivai a casa  con una falsa copia de La Stampa, la prima pagina intitolava:  “Rivolta operaia alla Fiat” gli articoli, corredati da fotografie,  raccontavano di un caporeparto che aveva sorpreso in bagno due omosessuali in atteggiamenti scabrosi e da lì era partita la denuncia, gli operai per solidarietà coi due colleghi avevano iniziato la rivolta occupando gli stabilimenti, segregando capireparto e dirigenti. Leggendo la notizia, mio padre con tono da orgoglio operaio mi disse: “ lu savia che a saria capità” (lo sapevo che sarebbe successo).

Nell’estate del 1978 la Nazionale di calcio Italiana viene eliminata in semifinale ai mondiali di calcio in Argentina dall’Olanda, il giorno dopo il “Corriere dello Sport” titola a caratteri cubitali: “Annullati i mondiali, i giocatori dell’Olanda erano tutti drogati” le copie del falso Corriere dello Sport vanno esaurite in poche ore, Giorgio Tosatti, allora direttore del Corriere dello Sport, denunciò immediatamente il direttore del Male, che veniva spesso sostituito proprio per la mole di querele. Qualche mese prima infatti, proprio nel periodo del ritrovamento del corpo dell’Onorevole Aldo Moro (9 maggio 1978) il giornale La Repubblica, usci con in prima pagina il titolo: “Lo Stato si è estinto, il Presidente Leone lascia il Quirinale, chiusi Camera e Senato”, tutto questo disegnava un quadro apocalittico per la politica e lo Stato Italiano, naturalmente anche questo era un falso ideato dagli autori del Male, L’idea venne a un grafico, Marcello Borsetti, che mostrò alla redazione come, se la rivista veniva aperta e rigirata, il paginone centrale, mascherato da un qualsiasi quotidiano nazionale, diventava la nuova prima pagina del Male. In questo modo i “falsi” cominciarono a invadere le edicole di tutta Italia.

Ritornando a Ugo Tognazzi, fu lui stesso che accettò la proposta degli autori della rivista e decise di collaborare, erano gli anni di piombo, sulle Brigate Rosse pendeva il sospetto che fossero manovrate da un grande vecchio o perlomeno da una struttura strategica. Una mattina, piombò nelle edicole una notizia bomba: “Arrestato Ugo Tognazzi, è il capo delle BR” Sui falsi: Paese Sera, Il Giorno e La Stampa, uscirono le immagini di Ugo Tognazzi ammanettato e accompagnato dalle forze dell’ordine, nelle foto si vede Vincino vestito da poliziotto, Raimondo Vianello veniva accusato di essere nella direzione strategica delle BR, ma naturalmente quello che sconvolse migliaia di Italiani (prima di scoprire lo scherzo)  era l’immagine del noto personaggio ammanettato.

Il Male cessò le pubblicazioni nel 1982, personalmente ho sempre apprezzato quel genere di satira, anche perché, era spaventosamente “avanti” basti pensare al doping nel modo del calcio, oppure all’arresto di personaggi famosi come Enzo Tortora (1983) Mi rimane il pensiero, che c’è sempre molto da imparare dal passato.

Grazie per l’idea a Luisa, Sara, Mauro,Bruno e tutta la combriccola del Camaleonte

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Lo spogliarello delle casalinghe

 

L’autorizzazione alla trasmissione delle Tv via etere, avvenuta nel 1976, diede il via ad un proprio e vero boom, un nuovo fermento culturale era in arrivo, nascevano personaggi che negli anni, avrebbero fatto la storia della Televisione Italiana. Erano quelli i tempi delle Tv libere, quelle veramente libere. Inizialmente sono un centinaio, sparse sulla nostra penisola, due mesi dopo sono 580, a giugno 1977 sono oltre 1200. A Torino, la più conosciuta è Tele Torino International, nata da un idea dei Fratelli Rogirò di Pinerolo (chi non si ricorda lo storico negozio). Le trasmissioni iniziavano alle 7,30 del mattino e si chiudevano a mezzanotte, come tutte le TV libere dei tempi, campavano di entusiasmo e dei pochi soldi ricavati dalla pubblicità.

Il botto degli ascolti arrivò nell’autunno 1977 con “Spogliamoci Insieme”, vero e proprio antenato di “Colpo Grosso”, condotto da Pino Maffi con Ennio Drey. Nello studio (realizzato presso lo sponsor, la pellicceria “Zio Tom”) venne ricreato un finto night, la gente da casa poteva telefonare e, a seconda se era maschio o femmina, poteva spogliare o vestire una spogliarellista indovinando la risposta esatta a delle domande che Pino Maffi faceva. Nacque così il sexy quiz. Dopo un mese, pare a causa di un arrivo in ritardo, a spogliarsi non sarà più una ballerina di night ma una casalinga. La trovata che attirò molta pubblicità fu quella, infatti, di inscenare uno strip della vicina di casa. Fu un clamoroso successo, più di un milione di telespettatori a serata, si racconta che la Fiat intervenne, perché la trasmissione che andava in onda in replica la domenica sera tardi, potesse venire anticipata come orario in quanto gli operai al lunedi, prendevano servizio troppo assonnati Se ne occuparono giornali quotidiani e settimanali, italiani ed esteri. Vennero troupe televisive da diverse parti del mondo, ne parlarono il Neewsweek, il San Francisco Cronicle, le Figaro, il Daily Mail, Paris Match e la Bbc. Nel frattempo l’ecclettico Pino Maffi interpretava anche il personaggio di TarzanPino, parodia di Tarzan, il conduttore con i suoi baffoni compariva vestito con una pelle di leone e si esprimeva con accento piemontese, faceva anche da testimonial ad un noto mobilificio piemontese.
Quando TeleTorino chiuderà i battenti per lasciare spazio a Canale5 Maffi cambia emittente e passa a TeleRadioCity per la quale conduce diverse trasmissioni sportive con Marco Tardelli e Claudio Sala, quindi passa a Rete Manila, dove diventerà Direttore succedendo a Umberto Clivio. Fu Pino Maffi a ingaggiare un giovane Piero Chiambretti, proponendogli una trasmissione quotidiana in diretta e lanciandolo di fatto nel mondo della Televisione. Erano questi i personaggi delle TV libere di allora, conosciuti da tutti, grandi e piccini, si racconta che quando Pino Maffi volle prender casa a Pancalieri, andando a visitare una villetta, il figlio del venditore, aprendo la porta, urlò: “Papà, papà, c’è TarzanPino”.

Ho conosciuto Pino Maffi in quel periodo, lui col suo spirito imprenditoriale era già avanti, aveva lasciato il mondo della TV per nuove avventure. E’ tornato agli onori della cronaca qualche anno fa, “Videocracy” il documentario girato da Eric Gandini sul potere della Televisione in Italia, attribuiva a Silvio Berlusconi, la realizzazione del primo spogliarello in Tv, mai errore fu più grave, un vero e proprio autogoal per quel documentario. A Pino Maffi. Striscia la notizia assegnò il Tapiro d’Oro, venne personalmente Valerio Staffelli a consegnarglielo nel suo Studio di grafica in via Passo Buole 141 a Torino.

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La visita dello Zar a Racconigi

Forse l’avvicinarsi dei cento anni dall’inizio della Rivoluzione Russa, forse la curiosità dell’enorme spiegamento di forze ai tempi, degno di un summit G8 oppure semplicemente perché queste foto sono state salvate dall’alluvione del novembre scorso e meritavano un attenta e curiosa visione.  Sta di fatto che la curiosità di raccontare la visita fatta dallo Zar Nicola II al Re d’Italia Vittorio Emanuele III è degna di nota.

Dal 23 al 25 ottobre 1909 Nicola II Romanov, imperatore di tutte le Russie, venne in Italia per una visita di stato. La visita restituiva quella compiuta nel 1902 dal re Vittorio Emanuele III a San Pietroburgo. Nicola II e Vittorio Emanuele III erano legati da un rapporto di sincera amicizia, la visita, più “blindata” di un moderno G8, costituì un evento di grande portata internazionale, che richiamò l’attenzione della stampa mondiale. Più volte rinviata negli anni precedenti, si trovò infatti a svolgersi in un anno di particolare tensione politica e diplomatica, a causa dell’annessione della Bosnia Erzegovina, operata  dall’Austria – Ungheria nel 1908.

Nicola II godeva di pessima fama in tutta Europa, soprattutto dopo la cosiddetta “domenica di sangue”: il 2 gennaio 1905,  Nel corso del 1909, in occasione delle due visite ufficiali dell’imperatore in Francia e Regno Unito, Parigi e Londra erano state teatro di vibranti manifestazioni di protesta. La notizia di una sua prossima visita anche in Italia scatenò polemiche, minacce di scioperi e dimostrazioni “rumorose” di dissenso.
Accanto al fattore della facile difendibilità del sito, a favore di Racconigi giocò probabilmente anche il desiderio del re di ospitare Nicola in un contesto famigliare, analogo a quello in cui era stato accolto a San Pietroburgo nel 1902.

La data e la sede della visita furono tenute segrete fino ai giorni immediatamente precedenti. In Italia, il primo giornale a darne notizia, il 17 ottobre, fu l’Avanti! che lo intuì dalle strette misure di polizia già in atto. Come scrissero i giornali, il tratto di ferrovia da Collegno, per il bivio Zappata, sino a Moncalieri fu quello dove venne maggiormente intensificata la sorveglianza: “Due grandi fasci di truppa e di forza pubblica stringono in una cintura umana la strada di ferro… Gli ufficiali di pubblica sicurezza entrano in tutte le case e le cascine prossime ai binari e obbligano gli abitanti all’interno degli edifici, vietando di sporgersi dalle finestre, di affacciarsi agli usci”.
Tutti i passaggi a livello erano sorvegliati strettamente, così come le strade di accesso: “Gli stradali che si snodano e serpeggiano intorno, sono attraversati qua e là da travi enormi, che li tagliano ad intervalli. Sono stati posti per un ordine venuto dall’alto, affinché… se qualche automobile carica di esplosivi si fosse lanciata per caso contro il treno reale avrebbe dovuto infrangersi contro quegli ostacoli potenti!”.

È del tutto evidente che, essendo segreto, il testo dell’accordo non venne rivelato. Nelle sue memorie, Spiridovich ha scritto che tutti pensavano che la visita dovesse essere puramente di cortesia mentre: “In realtà, fu durante l’incontro a Racconigi che l’Imperatore ed il re firmarono un trattato segreto (Trattato di Racconigi) di reciproca intesa tra Russia ed Italia sui Balcani, dove volevano contrastare la crescente influenza austriaca.

Come prevedeva il programma del giorno di arrivo dello zar (il 23 ottobre 1909), Nicola II sarebbe stato ricevuto alla stazione ferroviaria di Racconigi da “Sua Maestà il Re in Grande Uniforme”, mentre “Sua Maestà la Regina riceverà Sua Maestà l´Imperatore sulla terrazza del Real Castello (Abito di visita senza cappello). Alle ore 20 il Pranzo di Corte”, con il seguente protocollo: “Militari (Uniforme ordinaria) Piccole decorazioni, Civili (Abito da sera), Signore (Abito scollato)”. Nicola II fu molto colpito dalla accoglienza riservata, descriverà, nelle successive lettere alla madre, l’accoglienza come “graziosissima”, il re e la regina ospiti semplici e “discreti”, i principini “molto carini”

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Avevamo un sogno, grazie Sergio

Da un pò  non sono sulle pagine di questo blog, causa impegni che ti fanno mancare il tempo e a volte anche l’ispirazione. Poi arriva la notizia, che ti fa tornare indietro nei ricordi, che smuove i pensieri, e allora ti fermi finalmente a pensare.

La morte di Sergio Zaniboni, mi ha fatto quell’effetto, ecco perché ci tengo a ricordarlo, chi era? Un politico, uno storico?, un calciatore? Niente di tutto questo, era qualcosa di ben piu’ importante per me, era il disegnatore di Diabolik. All’epoca, parliamo degli anni 70, davo una mano ai miei genitori a gestire l’edicola cartoleria di Pancalieri e a 13/14 anni avere la possibilità di leggere gratis tutti i giornalini era per me il massimo (altro che parlare di sfruttamento minorile). Diabolik era per me e per tanti miei amici, il nostro eroe immaginario, una sorta di Robin Hood, con molta più classe. Ricordo che in seconda media, eravamo tutti così presi da questo personaggio, che avevamo battezzato la nostra squadra di calcio: “ Diabolika”.

Diabolik era uno dei miei fumetti preferiti, insieme a Zagor e ai personaggi della Marvel, piaceva la sua figura spregiudicata, il suo savoir faire, la sua Jaguar E. Mi piaceva soprattutto il fatto che fosse un fumetto “border line” nel senso che non era un fumetto per adulti (che comunque sbirciavo sempre) ma non era nemmeno un Topolino, storie particolari, donne affascinanti, colpi audaci, altro che Qui, Quo Qua..

Ecco che coi ricordi si mette in moto la curiosità, sapevo da mio padre, che il titolo del fumetto era ispirato ad un film di Totò, Totò Diabolicus , uscito nelle sale nella primavera 1962, lo stesso film (considerato uno dei migliori interpretati dall’attore Napoletano) pare abbia tratto il nome da un fatto di cronaca accaduto a Torino nel 1958 dove un misterioso assassino si firmava Diabolich. Nel 1968 uscì anche il film, diretto da Mario Bava e interpretato da John Philip Law e  Marisa Mell nei panni di Eva Kant, il film fu girato tra Roma e Torino, e godeva della colonna sonora di Ennio Morricone, ancora adesso è considerato una delle icone dei film italiani di quegli anni. Naturalmente, siccome mio padre era gestore del Cinema Comunale a Pancalieri, lo convinsi a noleggiare la pellicola, che venne proiettata nel febbraio 1970, con un discreto successo.

Sergio Zaniboni, non fu propriamente l’inventore di Diabolik, cominciò ad illustrare le storie del ladro nel 1969, il primo numero usci nel novembre 1962. Fu però quello che diede ai personaggi i tratti tipici che li accompagnano ancora adesso, la sua passione per cinema e fotografia, lo portava in modo maniacale a studiare le pose dei personaggi che prima ritraeva in fotografia e poi disegnava a matita. Per Eva Kant, che nei numeri iniziali aveva i tratti di Grace Kelly, Zaniboni si affidò a una giovane modella torinese, Cristina Adinolfi, che un po’ di tempo fa mi confidò “Devo molto a Sergio, per più di dieci anni mi ha “usata” come sagoma femminile per Eva, mi ha insegnato a stare seduta, come mettere le gambe, come muovermi….cose che sono diventate il mio stile di vita”. E a vederla, così sempre affascinante (ogni tanto porta ancora la maglia nera a collo alto) ti aspetti che da un momento all’altro salti sulla Jaguar per un nuovo e memorabile colpo.

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