I racconti di Dante

E si che Dante di cose da raccontare ne ha veramente molte, non sappiamo se mai si trovò “per una selva oscura” di certo con la bicicletta si trovò a vincere tantissime corse, perché il Dante di cui si parla a Pancalieri, non si chiama Alighieri ma Capello.

Dante Capello classe 1930, da sempre appassionato di ciclismo, sport che a Pancalieri vide il suo pioniere in Ottavio Pochettino che corse un Giro d’Italia a fine anni 20, cominciò con una bicicletta acquistata da uno dei tanti sfollati che all’epoca dei bombardamenti, dalla città preferirono scappare in paese.

Da lì la sua escalation nel mondo del ciclismo dilettantistico che lo vide negli anni ‘50 gareggiare spesso a fianco di corridori come Angelo Conterno e Nino Defilippis.

In questo videointervista che lui ci rilascia nell’occasione del passaggio a Pancalieri del Giro d’Italia 2021, il racconto di quello splendido periodo.

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I Partigiani Tedeschi

Continua sempre a sorprendermi l’archivio storico di mio padre, il ciabattino, ogni volta che apro questi fascicoli trovo qualcosa di nuovo e la voglia di condividerlo mi prende subito, le chiamo pillole di Storia. E’ il caso di questi volantini in tedesco, tradotti sicuramente da qualche amico Partigiano, i caratteri della Olivetti ne certificano l’età.

E’ risaputo che nel corso della seconda guerra mondiale, furono tanti i soldati tedeschi che finità l’iniziale ubriacatura di entusiasmo Hitleriano nel corso dei mesi si lasciarono andare a ripensamenti, cominciarono a porsi delle domande. La guerra costava ai vinti ma anche ai vincitori, costava in termini di vite umane, costava economicamente, come riporta un volantino che confronta il valore del Marco tedesco col Franco Svizzero, prima e dopo Hitler, a Zurigo nel 1932 un Marco Tedesco valeva 1,23 Franchi, nel 1945 ne valeva solo più 0,13.

Si chiamano disertori i soldati che in tempo di pace o di guerra abbandonano il loro posto senza autorizzazione, Per i disertori della Wehrmacht c’è inoltre da considerare la loro situazione particolare che investiva l’onore del reparto di appartenenza, per via di un tradimento inconcepibile nella tradizione militare, ragione che induceva i loro superiori a registrare la scomparsa come se fosse stata causata da fattori bellici. Per diserzione furono circa 100.000 le condanne ai lavori forzati, corrispondenti a circa l’1% dei militari tedeschi arruolati; e furono circa 20.000 le condanne a morte eseguite. Nella Germania postbellica, per decenni, i disertori e i “traditori” sono stati considerati dei “criminali” non solo di fronte alla legge ma anche di fronte all’opinione pubblica: molti di loro, che avevano passato anni nei lager ed erano sopravvissuti con il fisico distrutto da privazioni e malattie, hanno condotto una vita da reietti, resa più difficile dal fatto che molti lavori erano loro preclusi, Si pensi che solo nell’anno 2009 il Parlamento di Berlino ha votato una legge che cancella tutte le sentenze dei tribunali militari, concedendo la riabilitazione a disertori e “traditori” di guerra, cioè ai soldati della Wehrmacht che si ribellarono o mostrarono soltanto qualche dubbio sulla guerra del Terzo Reich, con il suo seguito di assassini, stragi, deportazioni.

In Italia molti soldati Tedeschi si schierarono con i Partigiani, in Carnia ad esempio si formò un intero battaglione Tedesco che si unì alla Resistenza, il Freies Deutchland Batallion (Battaglione della Germania Libera), poi a La Spezia, in Emilia, nel nord Italia. Lo storico Roberto Battaglia, nel suo libro: “Partigiani Tedeschi nella Resistenza Italiana” scrive: «…la partecipazione di partigiani stranieri alla resistenza italiana, sia di singoli che di gruppi, è stata forte e significativa».

La Svizzera in quanto stato neutrale, veniva vista un po’ come la meta di questi soldati, ecco perché in questi volantini, rigorosamente originali, l’invito ai commilitoni della Wehrmacht era di rifugiarsi nel paese d’oltralpe.

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All’inizio fu Grand Hotel

A Pancalieri, mio padre era gestore di un cinema e possedeva un edicola, da ragazzino ho visto centinaia di film e ho letto tanto, di tutto, anche i fotoromanzi. Mi raccontava spesso, che il suo amico Ottavio Pochettino, che aveva un officina di riparazioni cicli e moto, quando voleva fare arrabbiare la moglie, le diceva sempre: “ses nen buna a basè, t’dove lese l’Grand Hotel” tradotto: non sei capace a baciare, devi leggere il Grand Hotel.

E’ il 26 giugno 1946, nemmeno un mese è passato da quando l’Italia è diventata una Repubblica, quando nelle edicole esce il Grand Hotel, sedici pagine di storie d’amore disegnate a fumetti da Walter Molino (che lavorava anche per la Domenica del Corriere) costo Lire 12. Si racconta che dopo le prime 100.000 copie il primo numero venne ristampato per ben 14 volte in pochi giorni, fu un successo, questo giornale contribuì a risvegliare la fantasia popolare, i sogni sentimentali degli Italiani per troppi anni sopiti dalla dittatura e dalla guerra.

Fu tuttavia lo sceneggiatore e commediografo Cesare Zavattini un anno dopo a creare la rivista Bolero, con lui i disegni vennero sostituiti dalle fotografie, si chiamavano cineromanzi perche i primi racconti venivano creati prendendo i fotogrammi dei film e aggiungendo didascalie e fumetti, tra questi vanno ricordati: La Principessa Sissi con Romy Schneider e poi Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson coi classici Catene e Tormento In seguito si aggiunse la rivista Sogno che fece debuttare nei fotoromanzi una promettente Sofia Lazzaro conosciuta poi come Sofia Loren.

Il boom avvenne negli anni 50, nato sulle radici dei romanzi rosa di Liala, i fotoromanzi diventarono un mezzo di cultura popolare di massa, pensato soprattutto per un pubblico femminile (non mancavano gli uomini attratti da questi racconti). Va detto che oltre a Zavattini, personaggi come la scrittrice Lucia Peverelli o il regista Damiano Damiani collaborarono alla realizzazione dei testi , con loro gli interpreti parlano di emancipazione, le donne non sono solo casalighe, ma fanno scelte autonome, lavorano, diventano impiegate, hostess, modelle. Le istituzioni guardano con attenzione a questo cambiamento e se da un lato la Chiesa boccia i fotoromanzi ritenendoli peccaminosi e per il Partito Comunista sono una tentazione borghese, sarà tuttavia il PCI ne l 1953 a sfruttare l’onda pubblicando una storia che si intreccia tra amore e sindacato, a cui la Chiesa replicherà qualche anno dopo, pubblicando il suo primo fotoromanzo su Famiglia Cristiana nel 1959, naturalmente con storie di santi.

Negli anni 60 inizia ad occuparsi di fotoromanzi anche la casa editrice Lancio, al tema romantico e sociale si affiancano sceneggiature di tipo poliziesco e giallistico che spesso per la loro storia a puntate, richiedono la lettura di più numeri. I fotoromanzi Lancio vendono 5 milioni di copie al mese, hanno nomi come Lucky Martin, Charme, Jacques Douglas, Lancio Kolossal, la qualità aumenta notevolmente, le location sono città come Parigi o New York, i divi non si chiamano più Massimo Serato, Carla Gravina o Corrado Pani, ora troviamo Michela Roc, Katiuscia, Adriana Rame, Kirk Morris, Max Delis e su tutti Franco Gasparri, il grande e sfortunato divo di quegli anni, il tragico incidente che lo vide coinvolto nel 1980 lo lascio paralizzato e segnò in un modo o nell’altro il declino dei fotoromanzi, superati ormai dalle tv libere che proiettavano telenovelas e soap opera. Morì il 28 marzo del 1999 e con lui morì una parte di storia della nostra generazione.

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Macario, Torino e la Bomboniera

“….se ogni tanto la cultura piemontese godesse di qualche passaggio in tv, anche un attore squisito come Macario potrebbe godere di rinnovata fortuna” (Massimo Scaglione)

Cercando l’altro giorno, vecchie fotografie del Giro d’Italia, ho trovato quelle con Macario che dava il via alla partenza da Torino nel 1947. Già Ermino Macario, semplicemente Macario, in quel periodo era all’apice del successo teatrale, il pubblico lo adorava e i torinesi ne andavano orgogliosi.

Nato il 27 maggio 1902, in via Botero 1 a Torino, in una casa dove la madre è portinaia e lui vive insieme all due sorelle, il papà è via e forse non lo vedrà mai, cresce in fretta anche per aiutare la famiglia e tra un lavoro e l’altro entra in una compagnia teatrale, quelle tipiche che giravano per i paesi. Finchè nel 1925 viene notato dalla famosa soubrette Isa Bluette (Creola dalla bruna aureola…), che lo scrittura come comico nella sua compagnia. Lì Macario non solo inizia a dare forma al suo personaggio, occhi un pochino tiroidei, ricciolo sulla fronte e quello sguardo stralunato, ma con arguzia riesce anche a capire l’importanza della presenza in scena di quel malizioso contrasto tra la sua ingenua fanciullezza e l’erotismo delle belle soubrettes, fattore che più avanti gli darà notorietà.

Nel 1930 infatti Erminio Macario fonda la sua compagnia teatrale e grazie a questa sua accoppiata scenica ogni anno presenta nuovi spettacoli (saranno più di 50), lanciando e accompagnando al successo splendide soubrettes e attrici, prima fra tutti una certa Anna Menzio meglio conosciuta come Wanda Osiris, in seguito personaggi come Isa Barsizza, le sorelle Nava, Lauretta Masiero, Marisa del Frate, Valeria Fabrizi, Sandra Mondaini e Delia Scala, con Macario sempre due torinesi di lusso a fargli da spalla: Carlo Campanini e Carlo Rizzo. La parlata tipica piemontese, al tempo sinonimo di arguzia e autoironia (forse per reminscenze sabaude) diventa insieme alla sue battute un vero e proprio tormentone che poi porterà anche sul grande schermo, Macario ha infatti al suo attivo oltre 40 film, molti dei quali girati insieme a Totò.

Alla perenne ricerca del suo sogno, quello di aprire un teatro tutto suo, Macario negli anni 70 abbandona ricciolo e lustrini e si da al teatro di prosa, iniziando con la rivisitazione del classico: Le Miserie d’monsù Travet, proseguirà poi con altri grandi successi dialettali piemontesi: Bastian cuntrari, Tl’as mai fait parei! (dove lanciò Gipo Farassino) e Due sul pianerottolo con Rita Pavone. Nel 1977 Macario riuscirà ad avverare il suo sogno, non con pochi problemi, realizzando il Teatro La Bomboniera in via S.Teresa 10 a Torino. Morirà tre anni dopo e il suo teatro diventerà un seguito una discoteca e poi verrà definitivamente chiuso, un po come i ricordi dei torinesi nei confronti di Macario.

A leggerla oggi, con il peso del tempo trascorso, l’ironia della famosa frase di Macario che parlava di Torino lascia l’amaro in bocca: “Io poi alla mia città gli ho sempre voluto bene, non l’ho mai dimenticata. Anche se qualche volta ho ricevuto un calcio nel sedere”.

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E li chiamavano Alleati

La linea Gustav, voluta e fortificata da Hitler nell’ottobre del 1943 divideva in due l’Italia, a nord presidiata dalla Repubblica Sociale Italiana e dai tedeschi, a sud gli Alleati, la linea partiva dall’adriatico all’altezza di Ortona, comune situato a sud di Pescara e raggiungeva in diagonale a ovest la foce del fiume Garigliano, al confine tra il Lazio e la Campania, passando per Cassino e le zone della Maiella.

Dopo ripetuti tentativi le forze Alleate, grazie soprattutto all’eroico contributo delle forze polacche riuscirono a sfondare la linea e dirigersi verso Roma. I bombardieri americani avevano devastato il territorio e le bellezze architettoniche della zona, una su tutte l’Abbazia di Montecassino completamente rasa al suolo. La popolazione pensava che a questo punto, fosse tutto finalmente finito, i Tedeschi scappavano ed erano giunti i liberatori, ma il peggio doveva ancora arrivare.

L’esercito alleato era composto da militari rappresentanti delle nazioni che combattevano contro la Germania, quindi Stati Uniti, Regno Unito con le sue colonie, Francia con le sue colonie e diversi paesi amici quali la Polonia, il Brasile, l’Argentina. A combattere duramente quella battaglia vi erano anche le truppe coloniali francesi del “Corps Expeditionnaire Français” (C.E.F.) agli ordini del generale Alphonse Juin. Erano questi, guerrieri berberi, delle montagne dell’Atlante in Marocco detti “Goumiers”.

Si racconta che alla vigilia della battaglia di Cassino, il generale Alphonse Juin disse loro: Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”.

Tanto bastò per scatenare una violenza di massa inaudita su quella popolazione indifesa e spaventata, si parla di migliaia di vittime tra gli abitanti della zona che furono sottoposti a violenze e sodomizzazioni. Uomini, donne incinta, bambini, anziani, nessuno venne risparmiato, persino Don Alberto Terrilli, il parroco di Esperia reo di aver nascosto alcune donne in canonica fu sodomizzato. Sebbene spostandosi verso nord i Goumiers terrorizzarono ancora la popolazione della Toscana, fu nel basso Lazio, nella zona della Ciociaria che raggiunsero l’apice della violenza, lasciando un triste seguito, migliaia furono le donne contagiate da sifilide, blenorragia e altre malattie veneree, e spesso contagiarono i loro legittimi mariti. Così come migliaia furono quelle ingravidate: il solo orfanotrofio di Veroli, accoglieva, dopo la guerra, circa 400 bambini nati da quelle unioni forzose, danni fisici e psicologici che si portarono dietro per generazioni.

Di tutto questo, la cosà più terribile era che i generali sapevano, si racconta che fossero colpevoli ad esempio anche soldati francesi e non solo truppe di colore, lo sapevano i generali di divisione, lo sapeva persino il Comandante in capo di Francia libera Charles De Gaulle che in quei giorni era in Ciociaria, pare che il motivo fosse da individuare nei “sentimenti nei confronti di una Nazione che odiosamente tradì la Francia” E del resto quando la popolazione avvisò gli americani, loro risposero: “noi siamo qui per combattere i tedeschi, non i francesi”.

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I campi di concentramento del Duce

C’è un’anomalia storica nel nostro paese, che riguarda la memoria della Seconda guerra mondiale. Per una serie di ragioni storiche, politiche, psicologiche, abbiamo rimosso gran parte dell’esperienza di conflitto precedente all’Armistizio dell’8 settembre 1943 e tutto il Ventennio precedente viene riscattato dall’esperienza partigiana. Sarebbe interessante invece, conoscere meglio il periodo che va dalla marcia su Roma alla nascita della R.S.I.

Ad esempio, una delle tante storie rimosse che emergono con grande difficoltà, è quella della pulizia etnica italiana, perpetrata ai danni della popolazione balcanica ai tempi di Mussolini, che vide come registi l’alto commissario fascista di Lubiana Emilio Grazioli e i generali Mario Robotti e Mario Roatta

Il 6 aprile 1941 l’esercito italiano e quello nazista invadono la Jugoslavia. Mentre la Serbia viene occupata dai nazisti e la Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa provincia di Lubiana) e Germania, l’esercito Italiano si prende la Croazia il 18 maggio Aimone di Savoia, diventa re di Croazia, con il collaborazionista Ante Pavelic come primo ministro. Alle popolazioni locali l’idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani.

Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, Roatta e Grazioli fanno circondare Lubiana con reticolati di filo spinato: la cittа diventa così un immenso campo di concentramento. Robotti spiega al Duce il suo “metodo deciso”: “Gli uomini sono nulla”, e comunica la sua intenzione di “arrestare in blocco gli studenti di Lubiana”. I rastrellamenti sono operati dai Granatieri di Sardegna. Il generale Orlando, comandante della divisione, prevede lo sgombero delle persone “prescindendo dalla loro colpevolezza”.

In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta la deportazione della popolazione slovena. “In questo caso scrisse si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all’interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana”.

Il generale Mario Roatta, comandante della II^ armata italiana in Jugoslavia, che nella Circolare del 1° dicembre 1942 aveva disposto di fucilare non soltanto tutte le persone trovate con le armi ma anche chi imbrattava le sue ordinanze e chi sostava nei pressi di opere d’arte, aveva deciso di considerare corresponsabili degli atti di sabotaggio anche le persone abitanti nelle case vicine.

I campi di concentramento e deportazione creati dagli italiani furono almeno 31 (a Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, ecc.), disseminati dall’Albania all’Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall’isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonarse Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Gli internati furono più di 100.000 soprattutto sloveni e croati (ma anche “zingari” ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne, bambini. Solo nei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Migliaia di morti nel lager di Arbe in Dalmazia,

Questo massacro durò fino all’otto settembre 1943, con l’Armistizio scatta, per i tedeschi, l'”Operazione Achse”, intesa a bloccare ogni iniziativa italiana arrestando i maggiori comandanti e disarticolando tutta la rete dei collegamenti sia con l’Italia sia all’interno delle unità. Ogni reparto, ogni uomo reagisce a modo proprio, chi si arrende ai tedeschi, chi scappa e chi si allea coi Partigiani Jugoslavi di Josif Broz (Tito) .

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Marca Leun

In piemontese, la terminologia “marca leun” sta a indicare un prodotto di alta qualità.

Sulle origini di questo nome, ancora ci si divide i sostenitori del made in Piemont continuano ad attribuire questo termine alla storica fabbrica di caramelle Leone produttrice di dolciumi di alta qualità e che aveva tra i suoi clienti i reali d’Italia, nel merito riporto una mia piacevole intervista fatta a Guido Monero titolare della Ditta Leone. Per altri è opinione comune che il termine derivi dagli spettacolari film prodotti dalla casa cinematografica americana Metro Goldwin Mayer e che aveva appunto come logo la celebre testa di leone : “ all’Ideal a fan n’cine marca leun” (all’Ideal proiettano un film marca leone)

La Metro Golwin Mayer nacque nel 1924 (come il ciabattino) da un’associazione composta da tre grandi produttori: Marcus Loew della Metro Picture Corporation, Louis B. Mayer capo della Louis B. Mayer Pictures e Samuel Goldwyn, quest’ultimo proprietario della Samuel Goldwyn Production. Fin da subito questa majors si distinse dalla altre per la spettacolarità dei suoi film a costi altissimi, grazie anche all’enorme patrimonio immobiliare dei soci .

L’idea del leone come logo della casa cinematografica, venne a Howard Dietz, allora direttore della pubblicità, che lo utilizzò per la Golwyn Pictures Corporations dal 1916 al 1923. Dietz si laureò presso la Columbia University, il soprannome delle squadre sportive di questa Università era appunto: “i leoni” la stessa canzone da combattimento della Columbia era Roar Lion Roar” . La scritta presente in alto sul fiocco della pellicola cinematografica “Ars Gratia Artis” significa : l’Arte per l’Arte, in mezzo Slats, leone arrivato da Dublino.

In breve tempo, l’immagine del Leone divenne l’elemento di riconoscimento della Società, che ormai vantava contratti con i migliori registi e attori del momento, in particolare poi dal 1928 con l’arrivo del cinema sonoro dove all’immagine venne associato il ruggito. il primo leone infatti si limitava a girare la testa attorno al cerchio e fu l’unico a non ruggire.

Sette furono i leoni che si susseguirono nella sigla fino all’arrivo dell’immagine digitale che mandò in pensione l’ultimo Re della foresta. Nel 1924 con molta paura e adrenalina in corpo venne registrato su disco grammofonico il ruggito di Jackie, leone selvatico portato dal Sudan, il pubblico potè ascoltarlo per la prima volta assistendo alla proiezione del film Ombre Bianche, Jackie fu anche il leone dei film di Tarzan con Johnny Weissmuller.

A Jackie si susseguirono Telly, che fu il primo leone visto a colori grazie alla tecnologia Technicolor, poi Coffee, Tanner, George fino a Leo, il più longevo, il suo ruggito ci accompagna con registrazioni varie dal 1957. A parte la stilizzazione del leone per il film 2001 Odissea nello spazio, Leo è ancora adesso il logo utilizzato, modificato tramite effetti digitali in 3D parte dal primo piano dell’occhio, questo logo è stato usato per la prima volta per il film Skyfall, ventitreesimo episodio della saga di 007.

Ora, dopo 4.000 film e oltre 200 premi Oscar vinti ,, la Metro Goldwin Mayer dopo aver attraversato un lungo periodo di crisi finanziaria è stata rinominata MGM Holdings e fa parte del consorzio Sony , il ruggito di Leo si è un po’ affievolito, sentirlo però mi fa ancora scattare e portare l’attenzione alla proiezione, perchè so che è un film Marca Leun

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Ma i treni, arrivavano in orario?

Non si è mai capito se nel periodo del ventennio i treni arrivavano in orario, di certo non si poteva dire che arrivassero in ritardo. Non lo si poteva dire, perché era considerato reato.

A partire dalla prima legge sul controllo dell’informazione del 1925, tutte le notizie relative alla vita pubblica, finirono sotto stretta osservanza del regime. In seguito alla approvazione del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza nel 1931 divenne reato anche dare notizie considerate disfattiste per il regime fascista, tipo cattiva gestione degli affari pubblici, scandali, malasanità o appunto i treni in ritardo. E del resto, quando c’era lui, i gerarchi non solo viaggiavano in auto, ma pure in aereo, Italo Balbo, usava l’aereo per spostamenti anche minimi come lo stesso Mussolini quando nei fine settimana da Roma tornava in Romagna.

Nonostante il lavoro di censura, alcuni scandali arrivarono agli occhi e alle orecchie dell’opinione pubblica, come nel caso del terremoto in Irpinia nel 1930 dove i Prefetti si lamentarono per i fondi stanziati insufficenti e soprattutto perché non arrivarono mai a destinazione. Lo stesso avvenne per i soldi e le forniture delle Forze Armate, fu questo uno dei motivi per cui l’esercito italiano arrivò impreparato alla guerra.

Nel suo libro La bottega del ciabattino, Giovanni Senestro, allora diciottenne racconta: “ il mio fornitore di Carmagnola, mi vendeva la pella d’agnello per l’interno degli scarponi, dicendomi che detta pelle, pare venisse sottratta all’opificio militare che forniva gli scarponi ai nostri soldati in Russia. Venni in seguito a sapere che i nostri soldati calzavano scarponi imbottiti con del cartone al posto della pelle”.

E del resto che dire, quando si scoprì che in nome della Giornata della fede (18 dicembre 1935) tutte le fedi nuziali consegnate dalle donne ai gerarchi per una specie di matrimonio simbolico col fascismo, al grido di “oro alla patria” finirono fusi in lingotti per arricchire i federali, uno fra tutti il federale Gazzotti, processato poi a Torino nel dopoguerra.

In realtà questa giornata venne ideata per consentire un sostegno alla Patria, in quei tempi maggiormente in difficoltà a causa delle sanzioni economiche che gli Stati della Società delle Nazioni imposero all’Italia per l’utilizzo delle armi chimiche nella conquista dell’Etiopia . Restrizioni che costrinsero gli Italiani ad ulteriori sacrifici con razioni alimentari ridotte, la propaganda fascista arrivò fino a Pancalieri, in un discorso al cinema comunale, il segretario di zona, camerata Papu disse: “ dobbiamo ringraziare il Duce che razionando i generi alimentari, ci ha fatto diventare tutti snelli e atletici”. Però lui nella sua casa pancalierese in via Carmagnola, aveva una riserva di generi alimentari con ogni ben di Dio che i Partigiani in seguito sequestrarono.

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Omaggio a Sergio Corbucci

«Ford aveva John Wayne, Leone aveva Clint Eastwood io ho Franco Nero»(S.Corbucci)

Avevo quattro anni quando mio padre, operatore cinematografico a Pancalieri, mi sedeva su quell’altissimo sgabello della cabina di proiezione e da lì mi godevo i film. A undici anni ero il cassiere del Cinema, mio padre operatore e mia madre faceva la maschera all’interno del locale, era il terrore di tutte le coppiette che cercavano al buio momenti di intimità.

Ne ho visti film, soprattutto western, quelli che come mi ricordava una persona amica, si proiettavano specialmente al giovedi, cliente d’obbligo e grande appassionato, il medico del paese il Dottor Ambrogio Grillo

I western all’italiana, venivano chiamati in modo dispregiativo dagli americani “western spaghetti” questa terminologia che stava ad indicare film prodotti a basso costo e di serie B, col tempo invece divenne un vero e proprio marchio di qualità grazie a registi di elevato livello. Gli americani usavano le enormi distese dell’Arizona, i loro giganteschi e profondi canyon, da noi i film venivano girati tra Roma e Viterbo, a Capo Rizzuto in Calabria oppure in Spagna nella zona dell’Andalusia.

La differenza sostanziale tra i western americani e quelli italiani era che nel primo, il personaggio era quasi sempre un eroe, che combatteva per un ideale, spesso contro gli indiani cattivi. Nei western spaghetti, spesso scompare la differenza tra buono e cattivo, non ci sono indiani, il buono non veste mai pulito alla John Wayne, ma si presenta sporco e trasandato, mosso non tanto da ideali ma da interessi o vendette personali, la tipica figura di Clint Eastwood cacciatore di taglie. Meno spettacolarità ma più cinismo e violenza, cosa che piacque agli americani, al punto che obbligò i registi oltreoceano ad un vero e proprio revisionismo cinematografico.

Nei miei ricordi, a parte i kolossal di Sergio Leone, che però da ragazzino mi sembravano un po’ lunghi e noiosi, le figure che più mi vengono in mente sono Ringo e Django, non a caso diretti da Duccio Tessari e Sergio Corbucci, i due registi che dopo Sergio Leone considero i migliori del genere.

Django, il personaggio inventato da Sergio Corbucci, e interpretato da Franco Nero, vestito di scuro che viaggiava portandosi appresso una bara che solo alla fine svelerà il suo contenuto (scena assolutamente da vedere)

Sergio Corbucci era un vero e proprio appassionato di cinema, dietro alla macchina da presa passò da Maciste contro il vampiro a Totò con cui girò sette film, l’esordio col western arrivò con Massacro al Gran canyon (1964) ìn seguito uscì Minnesota Clay e poi nel 1966 il grande successo con Django, interpretato da un esordiente Franco Nero. Con lui Corbucci tornò a girare il Mercenario (1969) e ottenne un altro grande successo l’anno dopo con Vamos a Matar Companeros, film che parlava della rivoluzione messicana e girato in Andalusia, tra gli interpreti, un fantastico Tomas Milian, la colonna sonora diretta da Ennio Morricone.

Sergio Corbucci, si ritiro dopo aver diretto oltre una sessantina di film coi migliori attori italiani. È definito da Quentin Tarantino uno dei più grandi cineasti dello spaghetti western assieme a Sergio Leone, del resto il regista italo americano omaggiò Corbucci prima con la famosa scena nel film Le Iene del taglio dell’orecchio ripresa dalla pellicola originale Django del 1966 e poi col rifacimento dello stesso film con Django Unchained del 2012 dove tra l’altro torna con un cameo Franco Nero, quasi come fosse un passaggio di testimone.

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Quelli che al cinema ballavano il Twist

Nato negli Stati Uniti, da dove poi si diffuse in tutto il mondo, il Twist è un ballo che pare abbia avuto origine da una danza degli schiavi che la ballavano nelle piantagioni di cotone americane. Il ballo prese il nome dalla canzone del 1958 The Twist” di Hank Ballard (del gruppo musicale Hank Ballard & the Midnighters), incisa in cover da Chubby Checker. Quest’ultimo viene considerato l’inventore del Twist, specie dopo il brano del 1961 Let’s Twist Again”.

Agli fine degli anni ‘50 dopo il successo di Volare, il noto paroliere Franco Migliacci parte assieme all’amico Domenico Modugno alla scoperta dell’America. Da dove torna con un sacco di emozioni e di idee tutte illuminanti sul proprio futuro lavorativo. Scopre ad esempio che è appena esploso un nuovo, trainante mercato musicale, costituito solo da teenagers. «È pensando a loro, ai giovani, che mi porto dietro anche una pazza voglia di scrivere un twist. Era un ballo ancora agli albori negli Stati Uniti, dove sarebbe esploso un paio di anni dopo – chiarisce Migliacci — ma già allora mi aveva colpito per la libertà di dimenarsi piegandosi sulle gambe». Succede così che l’Italia scopra la febbre di questa nuova, giocosa variante del rock and roll grazie al brano: Tintarella di Luna” cantata da Mina e presentata nel 1959.

Mina e Adriano Celentano diventarono le icone di questa nuova rivoluzione musicale e culturale, eh si, perché oltre alle canzoni, ai dischi, questi giovani cominciarono anche ad occupare le pagine dei giornali, spazi nei notiziari, con loro arrivò anche un nuovo genere cinematografico, quello dei Musicarelli, che secondo il critico cinematografico Steve Della Casa il nome, già in uso all’epoca, “musicarello” farebbe il verso al più celebre Carosello, sottolineandone così l’aspetto pubblicitario senza dimenticare la presenza costante degli stessi protagonisti nelle pubblicità. In realtà i film del genere musicarelli, nacquero negli anni 50, col sottogenere melodico, i migliori interpreti furono Claudio Villa e Luciano Tajoli. Urlatori alla sbarra, così come il precedente I ragazzi del Juke-box e il successivo Balliamo insieme il Twist diedero vita ad un profondo cambiamento in questo genere cinematografico, lo si può intanto capire dai titoli stessi e dalla età stessa degli interpreti, notevolmente più giovane, un genere che durò tutto un decennio e che vide tra gli interpreti migliori Gianni Morandi, Little Tony, Caterina Caselli, Albano, Rita Pavone

I film fondamentalmente erano una promozione musicale, che anticipò gli attuali videoclip, storie brevi, scorrevoli, che tra una storia e l’altra d’amore, spesso denunciano la difficoltà di rapporti generazionali, il vecchio bigottismo democristiano, che da parte sua risponde con censure alla proiezioni di queste pellicole nei cinema Parrocchiali. Basti pensare ad esempio alla pellicola Urlatori alla sbarra del 1960 con Mina, Adriano Celentano Mario Carotenuto, Gorni Kramer e Joe Sentieri e che vide tra l’altro tra gli interpreti il Jazzista americano Chet Baker e un esordiente Lino Banfi. Questo film venne giudicato dal Centro Cattolico Cinematografico come Escluso per tutti, con la seguente motivazione morale. “…a parte una satira politica non sempre spiritosa, il film contiene numerose scene e battute di dialogo inaccettabili… la visione del film è pertanto da escludere”. Nel film Celentano cantava: «Ci volete proibire /Volete punirci/Perche portiamo i jeans/Senza mai considerar/ Questa nostra età» .

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