Per ricordare

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Il Conte, che da Torino venne a Pancalieri

 

Il Conte, che da Torino venne a Pancalieri, non è questa la storia di un nobile,  erede dei Savoia, qui, non si parla di battaglie, di guerre o di amori, o forse di amore si. Quell’amore infinito che lega generazioni di tifosi granata al ricordo e ai nomi dei giocatori del Grande Torino, che ti fa passare serate, ascoltando i racconti  sperando che non finiscano mai.

Ed è con questo amore che Fabiana Antonioli  giovane regista torinese ha creato un documentario legato alla storia dei ragazzi della squadra primavera del Torino, che negli anni del dopoguerra mieteva così tanti successi che dai tornei della loro categoria dovevano passare a giocare incontri all’estero per trovare avversari degni. Quei ragazzi che giocarono le ultime quattro partite del campionato italiano di serie A 1948/49 al posto della squadra caduta a Superga. E si scopre da questo documentario, ad esempio, che un anno prima, esattamente nell’aprile del 1948 la squadra primavera, di ritorno da un torneo in Inghilterra, ha un incidente, per fortuna senza gravi conseguenze, proprio all’aeroporto di Corso Marche, quando il loro aereo sbattè contro un hangar. Ad attenderli e a temere per la loro incolumità c’erano i giocatori della prima squadra, un incredibile destino. E poi via tutti sul Conte Rosso, così era chiamato il pullman che accompagnava i calciatori durante le loro trasferte, quel pullman sempre carico di vittorie, che accompagnò la squadra di capitan Valentino anche durante i funerali, quel pullman che poi venne venduto alla ditta di Autolinee Ricca di Pancalieri.

Eh si, perché qualcuno racconta che il pullman venne venduto ad una banda musicale, c’è una foto a bassa definizione, che gira su internet. Scopro però dai miei archivi , che quella foto non ritrae una banda musicale, bensì la squadra del River Plate, giunta a Torino per disputare una partita in onore dei giocatori granata caduti, era il 25 maggio 1949 la foto scattata all’aeroporto di Torino riprende  la squadra argentina che ha tra le sue fila giocatori del calibro di Labruna, Lostau e Di Stefano, trae in inganno il gagliardetto, chiamo la giornalista Alessandra Comazzi, che ha fatto l’articolo su La Stampa e lei prontamente mi mette in contatto con Fabiana Antonioli  la regista. Bastano un paio di telefonate e ci incontriamo presso la sua casa di produzione la Filmika, arrivo col mio solito pacchetto di foto e giornali d’epoca e insieme prepariamo il finale di questo documentario e così che nel video il Conte Rosso, diventato la punta di diamante delle Autoline Ricca, appare in immagini di gite a Limone Piemonte, oppure mentre accompagna al pranzo di leva la classe 1929. Una curiosità per i pancalieresi: alla guida del mezzo c’era sempre Antonio Capello, conosciuto come Tone d’Ginola, mi raccontava sempre mio padre, che era l’autista con la guida più delicata e adatta per i viaggi di allora. La voce narrante nel documentario, racconta del viaggio del Conte Rosso fino al capolinea di Pancalieri, mi commuove e mi inorgoglisce sentirlo, lo commentiamo insieme ai tifosi io e Fabiana la sera della prima, è un peccato che nessuno al tempo abbia pensato di conservarne il ricordo o forse in questo modo è entrato anche lui nella leggenda e ancora gira il suo fantasma al capolinea di Pancalieri.

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I Miniassegni

Gentile e stimatissimo cliente, che mi guarda in cagnesco la mattina,                                         se in cambio non le do la monetina, che lei ripone in tasca diligente.                                           Lei crede sia tutta una storiella, il fatto che io non abbia mai moneta,                                         al solo scopo e con la sola meta, di darle tutto il resto in caramella………

Cominciava così, una poesia che ricordo aver letto sul giornale dell’Associazione Giornalai a metà degli anni 70. Erano i tempi in cui, complice Il boom dei flipper e dei juke-box, ma anche l’arrivo dei primi distributori automatici che funzionavano a moneta, le esigenze dei numismatici di tesaurizzare i pezzi più belli; la massiccia “richiesta” da parte dei fabbricanti di orologi giapponesi che come fu pubblicato all’epoca trasformavano le nostre monete di ottima lega in casse per il loro prodotto (mai appurato se quest’ultima fu realtà o leggenda metropolitana), gli spiccioli scarseggiavano paurosamente. Per cui, con grande disappunto dei clienti, i commercianti davano loro come resto, caramelle, francobolli, gettoni telefonici.

Ecco che allora le banche, per sopperire a questa carenza e per superare il divieto di emettere moneta (prerogativa esclusiva delle banche centrali), nel 1975 emisero dei veri e propri assegni circolari di piccolo taglio intestati ad enti e società già muniti della loro girata; in pratica, essendo così dei titoli al portatore, venivano scambiati di mano in mano come se fossero stati vera e propria moneta corrente. Il primo miniassegno  venne emesso il 10 dicembre 1975 dall’Istituto Bancario San Paolo di Torino col valore di 100 lire, seguirono poi molte altre banche emettendo valori da 50, 100, 150, 200, 250, 300 e 350 lire. A quei tempi  ne circolarono 835 tipi diversi, emessi da 33 diversi Istituti, per un ammontare stimato in oltre 200 miliardi di vecchie lire, circa 103 milioni di Euro, sicuramente l’affare più grosso in tutta questa operazione lo fecero le banche, se si considera che per la fragilità del materiale (erano stampati su carta comune) e per le sue ridotte dimensioni, i miniassegni tendevano a deteriorarsi e quindi alla fine non vennero mai incassati. Fu questo uno dei motivi che spinse nel 1978 la Zecca Italiana a rinnovare i proprii macchinari e a mettere sul mercato la nuova moneta da 200 Lire  a cui si affiancarono le monete da 50 e 100 Lire, questo inevitabilmente segno l’uscita di scena dei miniassegni, un fenomeno sociale che caratterizzò la vita in quegli anni e che inevitabilmente ci porta ai ricordi di quei tempi.

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Erano cartoline

 

Credo che nessuna generazione, abbia visto l’evolversi del cambiamento dei tempi, come la nostra. Un esempio tra tutti, l’intrattenimento. Ricordo ancora la Tv che si andava a vedere al bar, perché non tutte le famiglie se la potevano permettere…..”sun pà l’Dutur!…”. Ebbene ora siamo nell’epoca della Tv on demand, abbiamo gia superato la novità del colore, delle videocassette, dei DVD, del digitale.

Un altro esempio, visto che siamo in periodo di vacanze, è quello della cartolina. Ormai superata da più immediate (ma fredde) immagini da cellulare. Però quante belle sensazioni si nascondevano dietro una semplice cartolina; intanto l’attesa, che era solitamente breve, una cartolina di solito arrivava due o tre giorni dopo averla spedita. Ma l’attesa spesso era sofferenza, palpito di cuore, specie se a scriverla era la morosa o la pseudo morosa, spesso infatti lei non era al corrente dell’innamoramento, ma se ti arrivava la cartolina correvi ad esibirla agli amici, lei ti aveva pensato, anche solo per un paio di minuti.  Gli amici poi erano quelli che nelle tabaccherie delle località marittime, impazzivano per cercare le immagini osè, non era silicone, tutto rigorosamente originale. La cartolina fino a trent’anni fa era anche uno status simbol, non era da tutti infatti scrivere agli amici da Londra o da New York, che vantava ancora nelle immagini dei saluti le torri gemelle.

Io ero particolarmente fortunato, essendo un appassionato di fotografia, i miei amici si sbizzarrivano a cercare belle immagini, che ancora conservo, quasi a invitarmi a raggiungerli. Quanti nomi scorrono girando le cartoline, quanti amici, quante avventure;  le sto sfogliando adesso, come un album di ricordi, nomi, date, battute, mi fanno tornare in mente qualcosa, soprattutto di avere tanti amici con cui ho condiviso momenti importanti.

Noto con un po’ di tristezza che negli ultimi anni son venute a mancare le cartoline, certo il pensiero dell’amico c’è sempre, anche il cuore palpita (forse con l’età son calati i battiti) ma spesso l’immagine scorre sul display del cellulare, magari salvata sul pc, la puoi andare a scovare,  ma credetemi, aprire una schermata non mi da le stesse sensazioni di aprire la vecchia scatola delle scarpe dove ancora conservo ricordi preziosi di quasi quaranta anni fa.

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Giro ciclistico del Valentino 1947

 

Il 29 maggio di questo anno l’edizione n.° 99 del Giro d’Italia si concluderà a Torino, con uno spettacolare arrivo al parco del Valentino. Questo meraviglioso punto verde negli anni del dopoguerra vide le sfide tra Fausto Coppi e Gino Bartali, sempre perfettamente dirette dalla regia di Ruggero Radice (Raro), maestro del giornalismo, uno dei fondatori di Tuttosport. Era l’anno 1947, campione del mondo lo svizzero Hans Knecht

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Angelica

 

Sfogliando i vecchi borderò del cinema Ideal, ho potuto notare che anni prima dell’arrivo di Rocky, Harry Potter  o Guerre Stellari, c’era già chi aveva creato una saga cinematografica. Non mi riferisco a Sergio Leone, anzi a quei tempi, non aveva nemmeno terminato la sua prima (e secondo me, migliore) trilogia, e  non mi riferisco nemmeno ai Maciste o ai personaggi mitologici/borgatari dell’epoca.

C’era invece una donna molto più raffinata e sensuale, avventurosa, plurivedova, così bella da fare impazzire il Re Sole che la voleva come sua favorita, era lei,  Angelica, la meravigliosa Angelica, l’indomabile Angelica.

A cavallo della metà degli anni 60 una delle sex simbol del momento era Michelle Mercier, francese, nata a Nizza il 1° gennaio 1939, diceva spesso: La gente non parla dei miei 50 film, ma solo del personaggio di Angelica;  la differenza tra lei e me è che io non ho avuto nella vita un Joffrey De Peyrac” .

In effetti  Jocelyne Yvonne Renée Mercier, il nome Michelle, lo scelse in onore di Michelle Morgan, di film ne aveva gia fatti, ma fu il 1963 l’anno della sua consacrazione. Angelica è un personaggio molto popolare tra i lettori di romanzi, così si decide di trasportare il personaggio della  Contessa di Peyrac e Marchesa di Plessis-Bellière dai libri alla pellicola. Iniziano le selezioni e il produttore si trova in grandi difficoltà, perchè la scelta numero uno, la popolarissima Brigitte Bardot rifiuta la parte (salvo pentirsene amaramente in seguito). Anche Catherine Deneuve è inadatta al ruolo: troppo bionda, troppo delicata. Ad una ad una vengono scartate per vari motivi Annette Stroyberg (bella ma praticamente sconosciuta), Jane Fonda, Virna Lisi (che stava lavorando negli Usa). La scelta cade così sulla attrice nizzarda.

Il successo del primo film: Angelica (marchesa degli angeli)  uscito nel dicembre 1964 è impressionante, la storia di questa affascinante donna, figlia di un barone decaduto, e del suo travolgente amore con Jeoffrey de Peyrac ( Robert Hossein) coinvolgerà milioni di spettatori, in fretta e furia viene chiamato il regista Bernard Borderie per un sequel: Angelica alla corte del Re (1965) nei primi due film è presente Giuliano Gemma nella parte di Nicola, primo amore di Angelica. Nel 1966 esce: La meravigliosa Angelica, in cui ricompare Jeoffrey de Peyrac, che nel primo film era in procinto di salire sul rogo, studiata ad arte la scena, al punto da indurre gli spettatori ad attendere un altro sequel, che puntualmente arriva nel 1967 con: L’indomabile Angelica, film un po’ più deludente degli altri, sia per il cast che per la sceneggiatura, la storia si svolge quasi sempre in mare  e quindi vengono a mancare le atmosfere sfarzose di Versailles. Il 1968, anno di contestazioni e rivoluzioni, segnerà anche la fine di Angelica, per quanto l’ultimo della saga: Angelica e il gran sultano, risulti essere uno dei migliori, nella trama, si ritroverà col marito e insieme andranno a cercare i figli scomparsi dal primo film (sigh!) .

Insomma, un polpettone che così come Rocky piacque grazie ai muscoli, per Angelica potè contare sul fascino e sul prorompente fisico di Michelle Mercier che negli anni e nella sua vera vita, fu per lei fonte di gioia e di controverse storie d’amore, proprio come il personaggio che la resa famosa.

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I fascisti a Pancalieri

All’inizio il P.N.F.(Partito Nazionale Fascista) aveva la sede nell’attuale archivio comunale, con ingresso da sotto l’ala, (cioè dal lato verso la piazzetta delle scuole). Credo occupasse anche le camere adiacenti che davano sull’ala: in seguito, quando il comune decise di sopprimere l’ala per costruire nuovi vani, la sede del Fascio si spostò nei locali a fianco del teatro comunale, per poi ritornare nel 1937 nel palazzo comunale (sempre dallo stesso lato).

Ogni  tanto  arrivava  a  Pancalieri  il «federale», (segretario provinciale della federazione fascista) a  passare in  rassegna le forze del partito, o addirittura si faceva portare, – se era la stagione – una trebbiatrice in piazza e si metteva a trebbiare il grano davanti alla folla, naturalmente  per imitare  il Duce,  fotografato, e filmato a più riprese a torso nudo.

Si trattava soprattutto di pura propaganda elettorale. Al regime fascista non bastava più il 98,33 % di consensi, come nel 1929. Voleva il 100 %. I gerarchi  pancalieresi crearono addirittura un giornale locale, Non era un capolavoro di stampa, perché allora esisteva solo il ciclostile, e poi anche perché fu fatto in fretta e furia: porta la data di giovedi 8 marzo 1934, e il federale arrivò a Pancalieri il giorno dopo. Le elezioni plebiscitarie si svolsero domenica 25 marzo 1934. Saranno le ultime del regime fascista. Il «miracolo» si avvera: a Pancalieri 666 elettori su 671 aventi diritto al voto, (a quell’ epoca votavano solo gli uomini) votano compatti «SI», e nessuno si azzarda a votare no, per- ché le schede,  sono riconoscibilissime, soprattutto dall’esterno. Così solo 5 pancalieresi che la pensavano diversamente, preferirono non andare a votare, (forse dichiarandosi indisposti) per non incappare in ben più gravi conseguenze.

Non  mancavano  però già in quel periodo storielle nei confronti del regime, naturalmente venivano raccontate con la massima riservatezza.  Ne ricorderò una, tra le tante, che ha sapore…locale. Via delle Scuole, in quegli anni era illuminata solamente da due lampadine sistemate all’estremità della strada, a metà di questa – ove si restringe facendo gomito – (luogo abituale di ritrovo delle coppiette), un antifascista pensò bene di fare i suoi  bisogni,  mettendoci   sopra  un  foglio  con  la  scritta:  «Qui lascio, metà per il Duce e metà per il fascio», i fascistelli di allora, furibondi, obbligarono il comune a installare un punto luce in quell’angolo. Il «sovversivo»  (come venivano allora chiamati gli avversari del regime), tornò nuovamente a rifare ciò che aveva fatto in precedenza, modificando però il contenuto del biglietto, così: «Ora che c’è la luce, niente al fascio, tutto al Duce».

Qualcuno mi raccontò che non si trattava di barzelletta ma che il fatto fosse realmente accaduto.

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