Tito Stagno, colui che fece scendere l’uomo sulla luna un minuto prima

Eravamo tanti, credo quasi tutta l’Italia ad essere incollati allo schermo della televisione quella sera del 20 Luglio 1969 (basti pensare che in quelle ore, a Milano, il telefono del pronto intervento della Polizia squillò solo due volte) . Quella sera, l’uomo stava arrivando sulla luna, l’Apollo 11 partito quattro giorni prima da Cape Canaveral, aveva già staccato il modulo lunare o LEM che per l’occasione era stato battezzato l’Aquila e si stava preparando all’allunaggio. La RAI orgogliosamente aveva preparato un mega studio con una diretta Televisiva di quasi 30 ore, il cronista era Tito Stagno, famoso giornalista dell’epoca. Oltreoceano in collegamento c’era invece Ruggero Orlando, inviato speciale dagli Stai Uniti, famoso per noi over 60 per il suo tipico saluto con voce nasale: Qui Nuova York , vi parla Ruggero Orlando”.

Va detto che nel momento in cui il modulo, scendeva nell’orbita lunare, per problemi legati al computer di bordo, non vennero più trasmesse immagini, quindi entrambi i cronisti, così come la base NASA erano collegate con gli astronauti solo tramite l’impianto audio.

Toccò quindi a Tito Stagno raccontarci, tramite la sua innata esperienza, questo storico momento e complice la cattiva ricezione iniziarono gli errori di percezione che lo porteranno al celebre equivoco dell’allunaggio in anticipo: ad un certo punto, durante le fasi concitate dell’allunaggio, capisce “seventy” al posto di “two-seventy” (le misure sono espresse in piedi dagli astronauti), questo gli fa credere che il modulo lunare (LM) sia a 21 metri d’altezza quando in realtà è ancora a 82 metri dal suolo, mentre il modulo prosegue la sua discesa, un “two-twenty” detto da Aldrin (il pilota del modulo) si sente chiaramente, ma Stagno lo interpreta come “twenty”, per lui il LM è a 6 metri dal suolo, in realtà è ancora undici volte più in alto: sta a 67 metri.

E alle 22,16 Tito Stagno, battendo eccitato i pugni sulla scrivania, urla: “ Ha toccato, ha toccato”, tra gli applausi dei presenti in studio e di tutti gli italiani in ascolto (96% di share) mentre parte l’applauso in studio, si ode però la voce di Aldrin che scandisce ancora i dati di discesa e indica un’altezza di 100 piedi (30,5 metri), poi arriva la doccia gelata di Ruggero Orlando, che inizialmente non viene sentita o viene ignorata: “No! Non ha toccato”, Tito Stagno imperterrito prosegue: “signori, sono le 22.17 in Italia, sono le 15.17 a Houston, sono le 14.17 a New York. Per la prima volta un veicolo pilotato dall’uomo ha toccato un altro corpo celeste. Questo è frutto dell’intelligenza, del lavoro, della preparazione scientifica; è frutto della fede dell’uomo. A voi Houston. “. E così mentre i due giornalisti battibeccano, noi in Italia ci perdiamo i dialoghi tra il modulo lunare e la base, momenti che resteranno nella storia, come la celebre frase del comandante Neil Armstrong (sul modulo insieme a Buzz Aldrin) : “Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed.

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I fatti di Piazza Statuto

I fatti di Piazza Statuto, si collocano in un periodo di elevate tensioni sindacali e sociali, il cosiddetto periodo del boom economico, porta in realtà una migrazione da sud a nord che le grandi fabbriche e le grandi città non sanno gestire, basti pensare che Torino dalla metà degli anni 50 all’inizio del 1961 passa da 700.000 a oltre un milione di abitanti; quartieri dormitorio, sistemazioni improvvisate, famiglie accampate in baracche di fortuna, periferie intasate, davanti agli alloggi sfitti spesso il cartello: “Non si affitta ai meridionali”. Il meridionale era buono solo per la FIAT , non era inserito in nessun tessuto sociale o iniziativa, non veniva integrato nel contesto della città, era solo casa e lavoro.

Inoltre nel 1962 emerge una profonda trasformazione della composizione sociale e tecnica della fabbrica, attraverso l’emarginazione, per certi versi, del vecchio operaio di mestiere, del vecchio operaio qualificato ( l’turniur) che era stato la spina dorsale del movimento socialista e comunista all’interno della fabbrica, con l’arrivo di nuove figure operaie, figure importate, per così dire (le prime ondate di immigrazione dal sud), figure di lavoro scarsamente qualificate, erogatori di lavoro semplice, privo di qualificazione, una figura operaia che verrà definita dai sociologi, e anche politicamente: “l’operaio massa, l’operaio della catena di montaggio”.

A inizio luglio 1962, Fiom, Fim e Uilm proclamano uno sciopero di tre giorni con inizio il 7 luglio, si deve discutere il rinnovo del contratto di lavoro, è una trattativa molto importante, il 5 Luglio però la Uilm, insieme al SIDA Sindacato Autonomo, formato da dissidenti CISL e fortemente sostenuto dalla FIAT, ritira l’adesione allo sciopero proclamato qualche giorno e sigla nella notte un accordo separato con la direzione di fabbrica.

Alle prime luci dell’alba del 7 luglio migliaia di lavoratori infuriati scioperano compatti, picchetti bloccano gli ingressi dei maggiori stabilimenti industriali di Torino: Fiat, RIV e Lancia, poi nel pomeriggio gli operai si dirigono in corteo in piazza Statuto, davanti alla sede della UIL, la sede dei traditori. La voce si diffonde in tutte le periferie proletarie e sottoproletarie e la protesta si trasforma in una rivolta popolare che durerà tre giorni e tre notti, la situazione fugge di mano agli organizzatori, vani i tentativi di mediazione dei Dirigenti CGIL, CISL e del Partito Comunista, la frattura tra giovani operai e dirigenze politiche e sindacali si è prodotta. La protesta dilaga, ad ogni ora che passa i manifestanti aumentano a migliaia, non sono più solo operai, ma abitanti delle periferie della città, tantissimi meridionali, e poi come sempre teppisti e facinorosi. Arriva il famigerato battaglione Padova della celere, col suo corteo di jeep e gipponi. Verso le sedici di Sabato sette luglio 1962, iniziano i caroselli della polizia, le sassaiole, gli scontri corpo a corpo, le manganellate, i fermi, i lacrimogeni. Intanto la notizia degli scontri si e’ diffusa nella citta’, molti che corrono a chiamare gli altri, tutti tornano e dalle strade e corsi che sboccano in Piazza Statuto arrivano sempre piu’ numerosi. Dalle 19 alle 4 di notte gli scontri non hanno praticamente sosta, sempre piu’ violenti, con la polizia ed i dimostranti che occupano alternativamente i luoghi nella piazza. Alle 11 di domenica 8 luglio migliaia di persone sono di nuovo in piazza Statuto; c’e’ anche un enorme schieramento di polizia e carabinieri fatti affluire dal Veneto e dall’Emilia, che caricano subito per disperdere, e poi ancora, molte altre volte, ma i dimostranti non si disperdono. Alle due di notte di martedi’ 10 luglio 1962, un esercito di polizia e carabinieri riesce a conquistare la piazza e a tenerla . Il bilancio dei tre giorni di scontri è di 1.215 fermati, 90 arrestati e rinviati a giudizio per direttissima, un centinaio di denunciati a piede libero, varie centinaia di feriti fra le forze dell’ordine e fra i manifestanti. Nei primi giorni di agosto la Fiat licenzia 88 operai coinvolti nelle proteste. Erano i primi segnali di rivolte di massa, rivolte delle periferie, del disagio sociale, a cui ancora oggi, non sappiamo dare una risposta.

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Faccetta nera e le spose bambine

Cantata dai nostalgici, canticchiata dai più, Faccetta nera era una di quelle classiche canzoni di propaganda del regime: “…quando saremo vicino a te, noi ti daremo un altro Duce, un altro Re”. La guerra non viene quasi mai presentata agli italiani come una guerra di conquista, ma come una di liberazione. Il meccanismo non è molto diverso da quello a cui assistiamo ancora oggi: andiamo a liberare i vietnamiti! Andiamo a liberare gli iracheni! Andiamo a liberare gli afgani! Per poi in realtà, lo sappiamo bene, sfruttare le loro terre.

E’ bene dire che il colonialismo italiano non nasce con il fascismo, ma con l’Italia liberale postunitaria, tuttavia negli anni trenta si assiste a un’accelerazione del progetto di conquista. Mussolini vuole l’Africa, il suo posto al sole, e per ottenerlo deve conquistare gli italiani alla causa dell’impero. Uno degli argomenti preferiti dalla propaganda era la schiavitù. I giornali erano pieni d’immagini di donne e uomini etiopi schiavi: “È il loro governo a ridurli così, andiamo a liberarli”.

Naturalmente l’arrivo dell’esercito liberatore, comportava un prezzo da pagare per la popolazione locale, in particolare per quella femminile. Per evitare ai soldati la frequentazione di bordelli o di case di tolleranza con rischio evidente di contrarre malattie veneree, l’italico conquistatore, non esitò ad utilizzare una tradizione locale: “Il Demoz” una forma di contratto matrimoniale a pagamento, insomma comperavano la sposa, spesso giovanissima, dodicenne, tredicenne, necessariamente vergine, una schiava praticamente, come ebbe modo di descriverlo in una intervista Indro Montanelli, soldato in Africa, del resto la donna africana era considerata e presentata sulla stampa italiana come una tentazione esotica facilmente disponibile per il soldato o il colono italiano. Il desiderio sessuale era anche una delle ragioni implicite che spingeva i maschi italiani ad accettare di partecipare alle campagne di guerra coloniale, sognando una terra di opportunità e l’occasione di appropriarsi di donne disponibili, Nel gergo coloniale italiano, per “madama” si intendeva la donna africana che conviveva o aveva una relazione stabile con un uomo italiano. Il termine “madamato” aveva una connotazione dispregiativa; fu coniato all’indomani della guerra d’Etiopia.

Con l’arrivo delle Leggi razziali che in un articolo recitavano: “il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana è punito con la reclusione da 1 a 5 anni. Gli italiani ebbero facile gioco nello sbarazzarsi delle ragazze africane, lasciando sul terreno migliaia di bambini meticci.

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Quel 25 Aprile a Pancalieri

 

A Pancalieri, nei giorni della Liberazione entrò subito in funzione la nuova giunta comunale, composta da: Domenico Galeasso (Sindaco), Giovanni Calvino, Michele Chiattone, Casto Cimolino e Ottavio Pochettino. Membri del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) erano Lina Cuneo-Bertogliatti (U.D.I.), Antonio Sola (P.C.I.), Giovanni Senestro (P.S.I.) e Piero Gamba, che posata la divisa da repubblichino, si autonominerà membro per la D.C.

Subito si riaccendono, dopo cinque anni di oscuramento, le lampade elettriche per le strade, sistemate alla meglio, ma con la massima celerità dagli elettricisti Libra e Palmero. Gli angloamericani entrano in Torino il 3 maggio 1945; comandante della piazza è nominato l’americano colonnello Fiore, (dal nome presumo fosse di origine italiana), che nei giorni successivi si recherà a far visita a tutti i comuni, compreso il nostro. Qui verrà ricevuto col massimo degli onori dal Sindaco, al quale per nessun motivo al mondo, si è riusciti a far indossare la fascia tricolore che indossava il suo predecessore del prefascismo, conservata e scovata in un cassetto, da qualche impiegato. Dopo il discorso fatto dal balcone del palazzo comunale, dove in precedenza eravamo abituati a sopportare solo gerarchi fascisti, il colonnello ci lascia, salutato dalle nuove autorità e dalla popolazione.

Nei giorni successivi giungono le truppe di occupazione angloamericane che si accampano in riva al Po a Casalgrasso e tirano cavi telefonici nei fossi fino a Pancalieri. Sono benvoluti da tutti, non solo per la simpatia, ma perché portano con se viveri in abbondanza ed ogni ben di Dio.

Tra gli sfollati a Pancalieri, c’era pure un gelataio di via Cigna a Torino che aveva perso tutto nei bombardamenti. Aveva trovato sistemazione nella casa Abbiate (ora Tamagnone) a San Rocco, e con qualche aggeggio refrigerante riusciva a confezionare ghiaccioli che vendeva nel cinema, sempre pieno zeppo, campando così lui e la famiglia. Finita la guerra ci svelò la ricetta del «cigno», come lo chiamava lui: acqua, passata nella «rapa» (residui di uva che lasciava il vi-no), con aggiunta di pastiglie di saccarina in mancanza dello zucchero. Nel dopoguerra riuscì anche ad aprire un negozietto verso l’incrocio stradale in via Principe Amedeo (attuale casa Rivoira), dove vendeva nei giorni estivi. Fu appunto in questo negozietto, che si riversarono le truppe angloamericane di stanza nella zona. Portarono zucchero, cacao, latte condensato e il necessario per farsi con-fezionare i gelati. Tutto in quantità tale che Aldo Malandrone (così si chiamava), riusciva anche a soddisfare il desiderio di tutta la popolazione.

Il parroco, Teol. Perardi, organizzò una funzione di ringraziamento per la fine della guerra, in parrocchia, gremitissima come non mai, e un’altra nel santuario dell’Eremita, ristrutturato in quegli anni come voto alla Madonna. Si andò in processione, alla quale parteciparono pure, tra gli altri, i partigiani pancalieresi.

(dal libro: “La bottega del Ciabattino” di Giovanni Senestro. Ed Alzani)

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Quando si andava al cinema

Troppo spesso, parlando di grandi successi cinematografici si è portati a parlare di record di incassi, in realtà non è corretto, anche perché nel corso degli anni, i biglietti di ingresso al cinema cambiano di prezzo. Molto più corretta è una ricerca sul numero degli spettatori e a sorpresa le attuali classifiche vengono totalmente stravolte.

In Italia ad esempio, il record di incassi cinematografici è detenuto dal film di James Cameron: Avatar con 65.679.238 Euro, dietro di lui, il film di Checco Zalone: Quo Vado con 65.341.588, Zalone si riconferma al terzo posto con Sole a catinelle che incassò 51.948.550 Euro, Titanic, sempre di Cameron è al quarto posto con 50.217.865 Euro, buon quinto Roberto Benigli con: La vita è bella che al botteghino incassò 47.514.035 Euro. Il film del regista toscano, tuttavia proprio per i motivi prima citati, risulta tra tutte queste pellicole, essere quella col maggior numero di spettatori, ben 9.702.524.

Però, sempre parlando di film proiettati in Italia, se questi numeri vi possono sembrare grandi, pensate che il film di Benigni, per il numero degli spettatori, nel nostro paese è soltanto al 31° posto, dopo i grandi classici degli anni 60 e 70. Andando sul podio, al terzo posto Sergio Leone con Per un pugno di dollari che staccò ben 14.797.275, secondo posto per un film rivisto pochi giorni fa in TV: Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci con 15.623.773 spettatori, film più visto in Italia, un classico di Leone Tolstoj: Guerra e pace del regista statunitense King Vidor, il film che racconta di una storia d’amore durante il periodo della campagna Napoleonica in Russia fù visto da ben 15.707.723 spettatori.

Motivo di particolare orgoglio questo primo posto per noi piemontesi, il film, girato quasi tutto in Italia, data anche la produzione di De Laurentis e Carlo Ponti, vide come aiuto regista Mario Soldati, grande conoscitore delle nostre pianure. Gli scenari naturali piemontesi e la magnificenza barocca delle residenze sabaude furono giudicati dai produttori come il teatro ideale per ambientarvi le scene del kolossal hollywoodiano, che ricostruisce vicende svoltesi nella Russia di primo Ottocento. Proprio in Piemonte i produttori del film trovarono gli esterni, architettonici e naturali, che più potevano richiamare la Russia Imperiale di primo Ottocento: nell’opera appaiono così la Palazzina di caccia di Stupinigi, con il meraviglioso salone centrale in cui si agita un inquieto Napoleone, poi lo scalone juvarriano di palazzo Madama e il cortile del seicentesco castello del Valentino, infine vi compaiono esterni della settecentesca Palazzina di caccia di Ternavasso, nei pressi di Pralormo.

Come comparse per le scene in esterno vennero utilizzati I soldati del battaglione Susa, di stanza a Pinerolo, sul colle del Sestriere per le scene della ritirata di Russia, a Casale Monferrato fu richiamato l’undicesimo battaglione, allora nella caserma Bixio, per girare le scene della battaglia della Beresina, su un Po invernale, dove si intravedono i tipici argini, imbiancati per l’occasione. La battaglia di Austerlitz fu girata nelle campagne di Scalenghe con la partecipazione dei cavalleggeri di Pinerolo.

Come tutti i kolossal che si rispettino, Guerra e pace oltre ad un cast stellare di attori, quali: Audrey Hepburn, Henry Fonda, Mel Ferrer, Vittorio Gassman, Anita Ekberg, richiese un grosso spiegamento di mezzi, ben 200 cannoni, 35 carrozze, migliaia di comparse, per ricreare l’ambientazione tipicamente invernale venne utilizzato per la prima volta un particolare tipo di schiuma a base di ammoniaca che aveva un aspetto molto più simile alla neve vera rispetto ai trucchi utilizzati fino ad allora e si conservava senza alterarsi per diversi giorni, permettendo quindi una migliore gestione delle riprese. L’unico difetto era che emanava vapori di ammoniaca fortemente irritanti per gli occhi e dall’odore nauseabondo.

Una curiosità: Il film fu proiettato in prima assoluta in Europa proprio tra le colline del Monferrato, domenica 16 settembre 1956, nel cortile d’onore del castello di Gabiano alla presenza di 1500 spettatori. Questo evento eccezionale poté avvenire perché l’avvocato e onorevole Giuseppe Brusasca, nativo di Cantavenna, ricopriva allora la carica di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo spettacolo. Brusasca ottenne così dal produttore del film, De Laurentis, d’avere quella preziosa anteprima di un film girato per buona parte in Piemonte.T

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Capitan Valentino

“….Valentino saltava di testa come nessuno, toglieva il pallone anche ai giganti. Il tackle era sempre suo. I suoi tiri non erano speciali, ma esatti, forti il giusto. Il suo correre unico. Più che un correre, un onorare appuntamenti col pallone, noti solo a lui e alla sfera: gli altri non ci arrivavano. La quantità di palloni che Mazzola toccava, portava avanti, passava, lavorava in una partita era enorme. Uno solo lo ha avvicinato: Di Stefano, ma all’argentino i compagni passavano la palla come per un ordine: Mazzola no, andava a cercarsela, non gradiva quei tocchetti di appoggio che pure molti assi chiedono….”. (G.P. Ormezzano)

Si giocava un derby, ero centravanti, segnavo molto. Segnai anche quella volta: o meglio, fui certo di aver segnato, perché battei in rete a colpo sicuro. Alzai le braccia al cielo, le abbassai, me le misi nei capelli. Sulla linea era sorto, materializzandosi dal nulla, Valentino Mazzola, aveva fermato il mio tiro, aveva stoppato il pallone. Tornai verso il centro del campo con la testa china, ero deluso, quasi disperato. Avevo fatto pochi passi, ricordo, avevo appena superato il limite dell’area di rigore granata, quando alzai gli occhi, come avvertito da un boato progressivo che invadeva il campo. Mazzola si era già materializzato là, vicino alla mia porta, e segnava! (Gianpiero Boniperti)

Chi lo conosceva bene lo diceva nel privato chiuso, difficile, introverso, di poche parole e di idee appena essenziali. Coi tifosi era quasi solare, per loro la sua voce, al Filadelfia, quando Valentino guidava anche le partite di allenamento, era bellissima: anche se era strana, un po’ chioccia. È possibile che nasca un altro come lui. È possibile: però Boniperti e anche chi scrive dicono che come Mazzola non hanno visto più nessuno.                                                                               (G.P. Ormezzano)

Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, correva da fondista, tirava con i due piedi come uno specialista del gol, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner.                                                  (Gianni Brera)

Ancora adesso, se debbo pensare al calciatore più utile ad una squadra, a quello da ingaggiare assolutamente, non penso a Pelè, a Di Stefano, a Cruyff, a Platini, a Maradona: o meglio, penso anche a loro, ma dopo avere pensato a Mazzola.                                                           (Giampiero Boniperti)

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Dio, Patria e Famiglia (segreta)

Da un po’ di tempo non mettevo le mani tra i miei vecchi giornali e documenti, mio padre (il ciabattino) teneva proprio di tutto e tra ritagli e fotografie di Benito Mussolini, mi è spuntato questo articolo, che se non fosse per la tragicità dell’evento, farebbe anche un po’ sorridere al pensiero del famoso motto fascista: “Dio, Patria e Famiglia” E si, perché a quanto pare, il Duce, di famiglie ne aveva ben due. A parte il noto harem di cui amava circondarsi, pare proprio che prima di sposare Rachele, il buon Benito fosse promesso sposo in quel di Milano con una facoltosa donna austriaca, tale Ida Dalser che gli avrebbe dato pure un figlio nel novembre del 1915. Ida Dalser, proprietaria di un salone di bellezza nel centro di Milano, inizio la relazione con Benito Mussolini quando ancora era fidanzata con Giuseppe Brambilla amministratore delegato della Carlo Erba, che per questo motivo rinunciò alle nozze, la Dalser lo denuncio chiedendo un risarcimento di cento mila lire, tale risarcimento venne però respinto.

Nessun dubbio che ebbe da Mussolini un figlio nato a Milano il 16 novembre 1915, cui fu posto il nome di Benito Albino e che fu da Mussolini riconosciuto come proprio figlio naturale con atto del notaio Buffoli di Monza in data 8 aprile 1916. Nessun dubbio che Mussolini fosse, nel frattempo, già «accasato» con la ragazza del paese, Rachele Guidi, dalla quale, nel 1910, aveva avuto la prima figlia, Edda. E infine, nessun dubbio che, soltanto un mese dopo la nascita del piccolo Benito Albino, Mussolini sposò con rito civile, a Treviglio, Rachele Guidi, che da quel momento si trasferì a vivere con  lui e con la piccola Edda a Milano, in via Castelmorrone.

Ma Ida Dalser voleva Mussolini tutto per sé e non gli perdonò mai di averla ingannata, nascondendole che aveva un’altra donna. Tra i documenti che arricchiscono l’argomento, c’è una lettera autografa di Mussolini in data 15 febbraio 1920, che è un’autentica confessione. Vi si legge: «La persona di cui mi parli è una pericolosa, squilibrata e criminale ricattatrice e falsaria. Ho avuto una relazione con lei, ho riconosciuto il figlio, ma non è mai stata, e non è e non diventerà mai mia moglie”. In realtà, querelato dalla Dalser con richiesta di risarcimento danni in quanto «sedotta e resa madre con promessa di matrimonio non mantenuta», durante il processo Mussolini ammise di avere avuto una relazione con lei, riconobbe di essere il padre del bambino e si offrì di provvedere al suo mantenimento versando alla madre la somma di lire 200 mensili. il Tribunale accolse la proposta.

Che la Dulser fosse una approfittatrice è certo, (anche se lei affermò di essersi ridotta sul lastrico per i prestiti fatti a Mussolini per l’acquisto della proprietà del giornale ) il suo atteggiamento tuttavia cominciò a dare fastidio a Mussolini che nel 1926 la fece rinchiudere prima nel manicomio di Trento, poi a Venezia dove morì nel 1937. In una delle sue ultime lettere scrisse: Non satura l’infermiera di avermi legato mani e piedi applicandomi le torture del medioevo m’ha imbacuccata la testa con le coperte di lana nelle quali svenni soffocata. Senza aiuto, poiché l’ordine era così. Mille volte la fucilazione nella schiena piuttosto che vivere tormenti senza pace alla mercé dei bruti.

Del figlio invece, si seppe che tolto alla madre nel 1926 all’età di undici anni, venne dato in adozione, il Duce non fece fatica a convincere un uomo di Trento, fedelissimo del regime, Giulio Bernardi, ad adottarlo e ad attribuirgli il suo cognome. Il giovane, dopo avere frequentato la Scuola navale di La Spezia, insieme al nipote di Giulio Bernardi, Giacomo Minella, testimone chiave della ricostruzione storica della vicenda, si imbarcò nei primi anni Trenta per la Cina. Qui venne informato della notizia della morte della madre e da questa notizia iniziò la sua immane sofferenza ela continua ricerca della verità che fu volutamente scambiata per pazzia, recluso nel manicomio di Mombello dove morì a soli 27 anni

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