Quell’otto settembre del ciabattino

Nel suo libro: “La Bottega del ciabattino” (ed. Alzani) Giovanni Senestro racconta come visse quei giorni successivi all’armistizio.

…….l’esercito è in sfacelo, i militari, per non lasciarsi catturare dai tedeschi, cercano disperatamente abiti borghesi, in cambio offrono quanto sono riusciti a racimolare nelle caserme prima di andarsene.

Qualche giorno dopo, mio zio , arrivando dal campo di via Po, viene a casa mia e mi dice che un militare nascosto dietro il pilone di S. Anna cerca di smerciare ciò che ha nella valigia: spago e cuoio, che a me servono. Inforco la bicicletta e vado sul posto, compro tutto quello che mi serve, e non avendo abiti borghesi da dargli (c’era la tessera e vestivamo quei pochi abiti rattoppati), lo pago con soldi, gli rimane una pistola Beretta calibro 9 che a tutti i costi mi vorrebbe regalare per ricordo e riconoscenza. Non l’accetto per paura dei continui bandi tedeschi. Peccato però: sarebbe servita in seguito per la lotta partigiana, se l’avessi preveduto!

Tra i vari sbandati, ricordo alcuni militari del meridione, provenienti dalle caserme di Pinerolo ecc., impossibilitati a raggiungere il loro paese poiché il sud era gia occupato dagli angloamericani. Essi trovarono ospitalità e lavoro presso famiglie pancalieresi.

Dopo l’armistizio, molti di questi soldati sbandati preferirono la via della montagna alla deportazione, inserendosi nei vari gruppi di partigiani che man mano si stavano costituendo in tutte le vallate, organizzati soprattutto da antifascisti liberati dal carcere o dal confino dopo il 25 luglio 1943.

Verrò in seguito a sapere, attraverso contatti più profondi, come si sono formate le prime bande partigiane: gli «Autonomi» (in prevalenza monarchici), seguiranno le tradizioni del disciolto esercito e saranno i più forniti dagli aerei alleati. Le formazioni più vicine a noi erano nella val Chisone. Le formazioni «Gielle» (Giustizia e Libertà), si rifaranno al movimento dei fratelli Rosselli, opereranno in val Pellice e si estenderanno sino a Vigone, Piobesi ecc. riceveranno aiuti sufficienti dai lanci angloamericani. Infine i «Garibaldini» nelle cui formazioni entreranno molti comunisti perseguitati dal fascismo ed ex repubblicani della guerra di Spagna, che saranno in netta maggioranza come numero. Purtroppo, per una assurda discriminazione, non riceveranno aiuti aerei e dovranno provvedere con requisizioni per il loro fabbisogno. Dopo la Liberazione, i primi si distingueranno col fazzoletto blu, i secondi: verde, i terzi: rosso.

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Omaggio alla Pro Vercelli

Con l’accordo del 3 agosto 2021 la A.S.D. Pancalieri-Castagnole inizia la collaborazione con la squadra della PRO VERCELLI con lo scopo di valorizzare il settore calcistico giovanile. Questa carrellata fotografica, con immagini provenienti dal mio archivio, è l’omaggio che la Bottega del Ciabattino intende fare a questa gloriosa società,

Nata nel 1892 la Pro Vercelli con i suoi sette scudetti è l’unica squadra espressione di una città non capoluogo di regione ed è stata l’unica rappresentante di una città non capoluogo di provincia (all’epoca delle vittorie Vercelli si trovava nella provincia di Novara). Lo scudetto conquistato nel 1908 la rende inoltre una delle due società calcistiche italiane (insieme alla Novese) vincitrice di un titolo nazionale in qualità di neopromossa in massima divisione.

Massima espressione calcistica di questa squadra fu Silvio Piola che dal 1930 al 1934 giocò con la casacca bianca 127 partite realizzando 51 goal. Dopo la sua morte, avvenuta il 4 ottobre 1996, lo stadio Vercellese venne intitolato a lui.

Nel novembre 1947 in occasione della partita Austria-Italia, la nazionale fece la preparazione proprio allo stadio di Vercelli e per l’occasione i giocatori disputarono la partitella di allenamento con la maglia della Pro Vercelli. E curioso quindi vedere questa carrellata di campioni indossare la mitica maglia dei “Leoni” .

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Giuanin Bracco e la Biella-Oropa

Saltano sempre fuori dal mio archivio delle piacevoli foto su cui fare delle ricerche, come queste ad esempio.

Una delle più classiche corse in salita automobilistiche è sicuramente la Biella-Oropa, nata nel 1912 come gara motociclistica fu allargata alle autovetture nel 1921, tempi pionieristici.

Come molti altri avvenimenti sportivi, la corsa riprese nel 1947 nel segno della rinascita della nostra nazione e soprattutto della continuità del suo vincitore. Già nel 1939 prima di essere interrotta dal conflitto bellico, la vittoria andò al Biellese Giovanni (Giuanin) Bracco che continuò a vincere nelle edizioni 47/48/49 prima con una Dealage 3000 e nelle ultime due edizioni con una Maserati 2000, nelle foto del mio archivio la Maserati ha il numero 71.

Il pilota biellese considerato uno dei migliori stradisti italiani corse per la Ferrari dal 1950 al 1952 dove, tra le tante gare vinte a livello nazionale, fa spicco la vittoria della Mille Miglia nel 1952 dopo essere giunto secondo l’anno precedente. Corse poi una 24 ore di le Mans dove concluse al 12° posto, passò alla Scuderia Lancia dove nel 1952 e nel 1953 partecipa alla Carrera Panamericana, la classica corsa di oltre 3.000 km che si svolse in Messico. Tornò in Italia giusto per vincere la sua quinta edizione della Biella-Oropa con una Lancia Aurelia 2500.

Si portò nel cuore sempre la tragedia del 1947 dove in occasione del Gran Premio di Italia sul circuito di Modena, per evitare la Ferrari di Cortese, finì su un gruppo di spettatori causando la morte di cinque persone.

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Il Partigiano Simone (Plinio Pinna Pintor)

Plinio Pinna Pintor nasce a Torino il 25 Giugno 1921, dopo la maturità classica conseguita nel 1939, segue le orme paterne iscrivendosi alla facoltà di Medicina, ma nel 1941 interrompe gli studi per il servizio militare in Sanità. Tornato a Torino, entra in contatto con i gruppi clandestini della Resistenza.

Già durante il liceo, sotto l’influenza di insegnanti e di amicizie familiari, in particolare di Alessandro Galante Garrone e della famiglia Peretti Griva, aveva maturato un vivo interesse politico orientato in senso liberale e socialista ma fu l’incontro col filosofo Felice Balbo a indirizzarlo politicamente. Allievo medico all’ospedale Molinette di Torino Plinio Pinna Pintor conosce Balbo, ricoverato al ritorno dalla guerra in Grecia, sarà con lui che instaurerà un rapporto di amicizia che lo porterà a conoscere la dottrina marxista e a mettersi in contatto con gli esponenti del PCI torinese. Grande attivista nella stampa clandestina, amava ricordare un aneddoto: “ stampavamo giornali e volantini in un alloggio disabitato appartenente ad un parente di conoscenti, che era un capitano delle Brigate nere, membro del Tribunale di Verona, chi sarebbe mai andato a cercare una stamperia partigiana nella casa di un fascista”.

Ricercato dalla polizia fascista per la sua attività di propaganda e organizzazione, Plinio Pinna Pintor è costretto a fuggire da Torino e nell’ottobre del 1944 raggiunge in Val Luserna la 105a Brigata Garibaldi. Mette subito a disposizione dei Partigiani la sua conoscenza in medicina, come al tempo molti altri studenti entrati nelle fila Partigiane. Arruolato col nome di battaglia Simone collabora ad attivare un servizio sanitario valido per i partigiani e per la popolazione abitante sul territorio di valenza partigiana, il Comando Partigiano aveva una grande considerazione per le capacità del partigiano Simone il quale con pochi mezzi e disponibilità di spazio, seppe organizzare e portare avanti la situazione sanitaria di assistenza per i malati in territorio di guerra fino al termine del conflitto mondiale. Col nucleo Arditi, comandato da Milan (Isacco Nahoum) dalla val Luserna scese in pianura, stazionando nella campagna tra Pancalieri e Vigone, dove ancora molti anziani lo ricordano.

Terminata la lotta di Liberazione Plinio Pinna Pintor si laurea in medicina nel 1946 e ottiene la specializzazione in cardiologia, nel 1951 alla morte del padre, assume la direzione della omonima clinica. Sotto la sua guida, la Clinica Pinna Pintor, cresce e si rinnova, come amava confidare, l’impegno sul terreno della sanità privata non fu ideologicamente facile, anzi per certi versi in conflitto con l’adesione ai principi sociali maturati negli anni della guerra con la militanza nella gioventù comunista, nel PCI era malvisto perché imprenditore, gli altri non lo potevano soffrire perché comunista. Cercò tuttavia di conciliare con una motivazione unificante le aspirazioni sociali con le esigenze aziendali apparentemente contradditorie. Introducendo un convegno disse: “Un motivo, più personale ma per me non meno pressante, è costituito dall’esigenza di non disperdere il patrimonio di esperienza e di studio accumulato nella Clinica in molti decenni, cioè soprattutto di pagare un debito verso gli strati della popolazione meno abbiente che non ha potuto e non potrà ancora per un po’ di tempo, per le spietate logiche dell’economia, usufruire della nostra assistenza per certi versi privilegiata e quindi di alto costo. Pagare questo debito significa principalmente rendere pubblica in forma ordinata ed accessibile quella parte della nostra esperienza che si presume possa avere un valore generale per tutti gli operatori del campo specifico e soprattutto per i pazienti”.

Continuando il suo impegno antifascista, era facile vederlo spesso insieme alla sua amata Nicolette alle manifestazioni partigiane della nostra zona.

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Quei fumetti, così proibiti

I ricordi della mia infanzia sono inevitabilmente collegati alle professioni di mio padre; la gestione del Cinema Comunale di Pancalieri e la sua edicola-cartoleria, son cresciuto a pane, pellicole e giornali.

Avevo 11 anni e a quella età, nel pomeriggio finita la scuola stavo spesso in negozio a dare una mano e in attesa dei clienti leggevo, leggevo tanto, di tutto quotidiani, settimanali, fumetti, solo quei giornaletti in fondo, sulla sinistra del bancone, solo quelli mi era proibito leggere e infatti erano proprio quelli che con un occhio alla tenda che separava il retrobottega e uno ai disegni, mi sfogliavo voracemente. Non ho mai capito se sia stato un fattore genetico o la lettura di quei giornaletti, ma col tempo mi son perso qualche diottria per strada.

Del resto, Il successo di Diabolik e dei suoi vari emuli aveva infatti aperto la strada a pubblicazioni popolari sempre più propense ad osare anche sul versante della sensualità, sino agli anni Sessanta del secolo scorso, il fumetto era stato relegato, in Italia, a passatempo per bambini e ragazzi. Quando Angela Giussani inventò Diabolik (novembre 1962), con un personaggio che si rivolgeva esplicitamente a un pubblico adulto, le cose cominciarono lentamente a mutare, c’era di mezzo anche una donna, Eva Kant, sexy, ammiccante nel suo abbigliamento.

Fu l’editore Renzo Barbieri, il primo ad alzare l’asticella e a puntare sull’elemento erotico in maniera esclusiva, a metà degli anni 60 lancia i primi eroi del fumetto erotico nostrano. Sono Isabella, un cappa e spada, che sembra una copia della più nota Angelica, la serie di film interpretati da Michelle Mercier e Goldrake, una specie di 007 che assomiglia tanto a Jean Paul Belmondo, entrambi disegnati da Sandro Angiolini. Lo stesso disegnatore qualche anno dopo diede vità ad un altro personaggio: Vartan che tanto assomigliava alla omonima cantante francese. Nacque così questa rivisitazione di noti personaggi del mondo dello spettacolo in chiave sexi, fu dapprima la cantante Patty Pravo che diede vita al personaggio di Jacula una vampira, poi sempre sul tema, Ornella Muti (Sukia) e Caterine Deneuve (Zora) non vennero risparmiati nemmeno personaggi maschili; Playcolt era Alain Delon, Adriano Celentano diventa Lando, mentre l’attore Lando Buzzanca diventa il Montatore.

Personaggi che faranno la storia del genere “fumetto-erotico”, come Bonnie, Hessa, Lucifera, Lucrezia, Messalina, Terror, Oltretomba. E Jolanda De Almaviva, al cui successo contribuirà Milo Manara, perché nonostante trame assurde, storie banali, personaggi surreali, lati B e tette al vento, il genere ebbe un notevole successo e vi lavorarono grandi maestri del disegno, come Leone Frollo, Sandro Angiolini, Magnus e appunto il più eclettico Milo Manara.

Quanti amici, quanti pancalieresi e non solo, passavano in negozio per vedere se era già uscito il nuovo numero del loro fumetto preferito. Raggiunto l’apice del successo negli anni 70, successivamente cominciò il declino, a causa di mancanza di idee, storie scadenti e soprattutto per l’arrivo di nuovi canali dell’erotismo, dalle tv alle videocassette che ti permettevano di vedere personaggi veri e non più disegnati su carta.

Con la scomparsa di questi fumetti, scomparve anche una parte della nostra fantasia, del nostro immaginario, non solo quello erotico.

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E tornammo a votare

Quel 2 Giugno 1946 gli italiani, e per la prima volta le italiane, furono chiamati alle urne per scegliere tra Repubblica e Monarchia e per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente (il futuro parlamento) cui spetterà il compito di redigere la nuova Carta Costituzionale, una delle massime espressioni della neonata Repubblica Italiana.

Esaurito il ventennio di dittatura fascista, per la prima volta la società italiana viveva l’esperienza di libere elezioni a suffragio universale maschile e femminile, seppure in un Paese allora ancora profondamente diviso sulla questione istituzionale.

Nel 1946 gli aventi diritto al voto erano 28 milioni (28.005.449), i votanti per il Referendum tra Repubblica e Monarchia furono quasi 25 milioni (24.946.878), pari all’89,08%. I voti validi 23.437.143, di questi 12.718.641 (pari al 54,27%) si espressero a favore della Repubblica, 10.718.502 (pari al 45,73%) a favore della Monarchia.

Lo spoglio del risultato mostrò chiaramente che l’Italia era divisa in due metà. In tutte le province a nord di Roma, tranne due (Padova e Cuneo), vinse la repubblica. In tutte le province del centro e del sud, tranne due (Latina e Trapani), vinse la monarchia. La repubblica ottenne il risultato più ampio a Trento, dove conquistò l’85 per cento dei consensi. La monarchia ottenne il risultato migliore a Napoli, con il 79 per cento dei voti. Contemporaneamente, gli italiani votarono anche per eleggere i membri dell’Assemblea costituente. La Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza relativa dei 556 deputati, 207, mentre al secondo posto arrivarono i socialisti e i comunisti arrivarono al terzo. Si affermavano le forze politiche legate alla tradizione popolare del movimento cattolico e del movimento socialista

Il peso elettorale delle donne fu determinante, votarono infatti 12.998.131 donne, contro 11.949.056 di uomini.

A Pancalieri per il Referendum votarono a favore della Monarchia 1073 persone (81,29%) mentre i voti per la Repubblica furono 247 (18,71%) mentre il voto per eleggere i Deputati per l’Assemblea Costituente di fatto rispecchiò l’andamento nazionale, come dimostra la foto di un originale pubblicata in fondo pagina

Cominciava così la storia della nostra Repubblica, che nel bene o nel male continua a difendere i valori della Democrazia e io alla luce di tutto questo, quando leggo di richiami al periodo fascista, quando sento di gente che sogna un ritorno a quei fasti, spesso mi vien da chiedergli: “ma veramente vorreste tornare a quel periodo, in cui le donne non potevano votare, non potevano essere nominate dirigenti o presidi di Istituto, non potevano iscriversi al Liceo Classico o Scientifico, perché per loro c’era solo il Liceo femminile (R.D.1054/1923)(R.D.2480/1926), Veramente sareste disposti a scrivere i vostri pensieri con la paura che possiate essere denunciati, oppure esprimere le vostre libere idee sapendo che se non piacciono al regime vi possono arrestare considerandovi un sovversivo, veramente vorreste vivere in un mondo del genere?”.

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I racconti di Dante

E si che Dante di cose da raccontare ne ha veramente molte, non sappiamo se mai si trovò “per una selva oscura” di certo con la bicicletta si trovò a vincere tantissime corse, perché il Dante di cui si parla a Pancalieri, non si chiama Alighieri ma Capello.

Dante Capello classe 1930, da sempre appassionato di ciclismo, sport che a Pancalieri vide il suo pioniere in Ottavio Pochettino che corse un Giro d’Italia a fine anni 20, cominciò con una bicicletta acquistata da uno dei tanti sfollati che all’epoca dei bombardamenti, dalla città preferirono scappare in paese.

Da lì la sua escalation nel mondo del ciclismo dilettantistico che lo vide negli anni ‘50 gareggiare spesso a fianco di corridori come Angelo Conterno e Nino Defilippis.

In questo videointervista che lui ci rilascia nell’occasione del passaggio a Pancalieri del Giro d’Italia 2021, il racconto di quello splendido periodo.

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I Partigiani Tedeschi

Continua sempre a sorprendermi l’archivio storico di mio padre, il ciabattino, ogni volta che apro questi fascicoli trovo qualcosa di nuovo e la voglia di condividerlo mi prende subito, le chiamo pillole di Storia. E’ il caso di questi volantini in tedesco, tradotti sicuramente da qualche amico Partigiano, i caratteri della Olivetti ne certificano l’età.

E’ risaputo che nel corso della seconda guerra mondiale, furono tanti i soldati tedeschi che finità l’iniziale ubriacatura di entusiasmo Hitleriano nel corso dei mesi si lasciarono andare a ripensamenti, cominciarono a porsi delle domande. La guerra costava ai vinti ma anche ai vincitori, costava in termini di vite umane, costava economicamente, come riporta un volantino che confronta il valore del Marco tedesco col Franco Svizzero, prima e dopo Hitler, a Zurigo nel 1932 un Marco Tedesco valeva 1,23 Franchi, nel 1945 ne valeva solo più 0,13.

Si chiamano disertori i soldati che in tempo di pace o di guerra abbandonano il loro posto senza autorizzazione, Per i disertori della Wehrmacht c’è inoltre da considerare la loro situazione particolare che investiva l’onore del reparto di appartenenza, per via di un tradimento inconcepibile nella tradizione militare, ragione che induceva i loro superiori a registrare la scomparsa come se fosse stata causata da fattori bellici. Per diserzione furono circa 100.000 le condanne ai lavori forzati, corrispondenti a circa l’1% dei militari tedeschi arruolati; e furono circa 20.000 le condanne a morte eseguite. Nella Germania postbellica, per decenni, i disertori e i “traditori” sono stati considerati dei “criminali” non solo di fronte alla legge ma anche di fronte all’opinione pubblica: molti di loro, che avevano passato anni nei lager ed erano sopravvissuti con il fisico distrutto da privazioni e malattie, hanno condotto una vita da reietti, resa più difficile dal fatto che molti lavori erano loro preclusi, Si pensi che solo nell’anno 2009 il Parlamento di Berlino ha votato una legge che cancella tutte le sentenze dei tribunali militari, concedendo la riabilitazione a disertori e “traditori” di guerra, cioè ai soldati della Wehrmacht che si ribellarono o mostrarono soltanto qualche dubbio sulla guerra del Terzo Reich, con il suo seguito di assassini, stragi, deportazioni.

In Italia molti soldati Tedeschi si schierarono con i Partigiani, in Carnia ad esempio si formò un intero battaglione Tedesco che si unì alla Resistenza, il Freies Deutchland Batallion (Battaglione della Germania Libera), poi a La Spezia, in Emilia, nel nord Italia. Lo storico Roberto Battaglia, nel suo libro: “Partigiani Tedeschi nella Resistenza Italiana” scrive: «…la partecipazione di partigiani stranieri alla resistenza italiana, sia di singoli che di gruppi, è stata forte e significativa».

La Svizzera in quanto stato neutrale, veniva vista un po’ come la meta di questi soldati, ecco perché in questi volantini, rigorosamente originali, l’invito ai commilitoni della Wehrmacht era di rifugiarsi nel paese d’oltralpe.

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All’inizio fu Grand Hotel

A Pancalieri, mio padre era gestore di un cinema e possedeva un edicola, da ragazzino ho visto centinaia di film e ho letto tanto, di tutto, anche i fotoromanzi. Mi raccontava spesso, che il suo amico Ottavio Pochettino, che aveva un officina di riparazioni cicli e moto, quando voleva fare arrabbiare la moglie, le diceva sempre: “ses nen buna a basè, t’dove lese l’Grand Hotel” tradotto: non sei capace a baciare, devi leggere il Grand Hotel.

E’ il 26 giugno 1946, nemmeno un mese è passato da quando l’Italia è diventata una Repubblica, quando nelle edicole esce il Grand Hotel, sedici pagine di storie d’amore disegnate a fumetti da Walter Molino (che lavorava anche per la Domenica del Corriere) costo Lire 12. Si racconta che dopo le prime 100.000 copie il primo numero venne ristampato per ben 14 volte in pochi giorni, fu un successo, questo giornale contribuì a risvegliare la fantasia popolare, i sogni sentimentali degli Italiani per troppi anni sopiti dalla dittatura e dalla guerra.

Fu tuttavia lo sceneggiatore e commediografo Cesare Zavattini un anno dopo a creare la rivista Bolero, con lui i disegni vennero sostituiti dalle fotografie, si chiamavano cineromanzi perche i primi racconti venivano creati prendendo i fotogrammi dei film e aggiungendo didascalie e fumetti, tra questi vanno ricordati: La Principessa Sissi con Romy Schneider e poi Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson coi classici Catene e Tormento In seguito si aggiunse la rivista Sogno che fece debuttare nei fotoromanzi una promettente Sofia Lazzaro conosciuta poi come Sofia Loren.

Il boom avvenne negli anni 50, nato sulle radici dei romanzi rosa di Liala, i fotoromanzi diventarono un mezzo di cultura popolare di massa, pensato soprattutto per un pubblico femminile (non mancavano gli uomini attratti da questi racconti). Va detto che oltre a Zavattini, personaggi come la scrittrice Lucia Peverelli o il regista Damiano Damiani collaborarono alla realizzazione dei testi , con loro gli interpreti parlano di emancipazione, le donne non sono solo casalighe, ma fanno scelte autonome, lavorano, diventano impiegate, hostess, modelle. Le istituzioni guardano con attenzione a questo cambiamento e se da un lato la Chiesa boccia i fotoromanzi ritenendoli peccaminosi e per il Partito Comunista sono una tentazione borghese, sarà tuttavia il PCI ne l 1953 a sfruttare l’onda pubblicando una storia che si intreccia tra amore e sindacato, a cui la Chiesa replicherà qualche anno dopo, pubblicando il suo primo fotoromanzo su Famiglia Cristiana nel 1959, naturalmente con storie di santi.

Negli anni 60 inizia ad occuparsi di fotoromanzi anche la casa editrice Lancio, al tema romantico e sociale si affiancano sceneggiature di tipo poliziesco e giallistico che spesso per la loro storia a puntate, richiedono la lettura di più numeri. I fotoromanzi Lancio vendono 5 milioni di copie al mese, hanno nomi come Lucky Martin, Charme, Jacques Douglas, Lancio Kolossal, la qualità aumenta notevolmente, le location sono città come Parigi o New York, i divi non si chiamano più Massimo Serato, Carla Gravina o Corrado Pani, ora troviamo Michela Roc, Katiuscia, Adriana Rame, Kirk Morris, Max Delis e su tutti Franco Gasparri, il grande e sfortunato divo di quegli anni, il tragico incidente che lo vide coinvolto nel 1980 lo lascio paralizzato e segnò in un modo o nell’altro il declino dei fotoromanzi, superati ormai dalle tv libere che proiettavano telenovelas e soap opera. Morì il 28 marzo del 1999 e con lui morì una parte di storia della nostra generazione.

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Macario, Torino e la Bomboniera

“….se ogni tanto la cultura piemontese godesse di qualche passaggio in tv, anche un attore squisito come Macario potrebbe godere di rinnovata fortuna” (Massimo Scaglione)

Cercando l’altro giorno, vecchie fotografie del Giro d’Italia, ho trovato quelle con Macario che dava il via alla partenza da Torino nel 1947. Già Ermino Macario, semplicemente Macario, in quel periodo era all’apice del successo teatrale, il pubblico lo adorava e i torinesi ne andavano orgogliosi.

Nato il 27 maggio 1902, in via Botero 1 a Torino, in una casa dove la madre è portinaia e lui vive insieme all due sorelle, il papà è via e forse non lo vedrà mai, cresce in fretta anche per aiutare la famiglia e tra un lavoro e l’altro entra in una compagnia teatrale, quelle tipiche che giravano per i paesi. Finchè nel 1925 viene notato dalla famosa soubrette Isa Bluette (Creola dalla bruna aureola…), che lo scrittura come comico nella sua compagnia. Lì Macario non solo inizia a dare forma al suo personaggio, occhi un pochino tiroidei, ricciolo sulla fronte e quello sguardo stralunato, ma con arguzia riesce anche a capire l’importanza della presenza in scena di quel malizioso contrasto tra la sua ingenua fanciullezza e l’erotismo delle belle soubrettes, fattore che più avanti gli darà notorietà.

Nel 1930 infatti Erminio Macario fonda la sua compagnia teatrale e grazie a questa sua accoppiata scenica ogni anno presenta nuovi spettacoli (saranno più di 50), lanciando e accompagnando al successo splendide soubrettes e attrici, prima fra tutti una certa Anna Menzio meglio conosciuta come Wanda Osiris, in seguito personaggi come Isa Barsizza, le sorelle Nava, Lauretta Masiero, Marisa del Frate, Valeria Fabrizi, Sandra Mondaini e Delia Scala, con Macario sempre due torinesi di lusso a fargli da spalla: Carlo Campanini e Carlo Rizzo. La parlata tipica piemontese, al tempo sinonimo di arguzia e autoironia (forse per reminscenze sabaude) diventa insieme alla sue battute un vero e proprio tormentone che poi porterà anche sul grande schermo, Macario ha infatti al suo attivo oltre 40 film, molti dei quali girati insieme a Totò.

Alla perenne ricerca del suo sogno, quello di aprire un teatro tutto suo, Macario negli anni 70 abbandona ricciolo e lustrini e si da al teatro di prosa, iniziando con la rivisitazione del classico: Le Miserie d’monsù Travet, proseguirà poi con altri grandi successi dialettali piemontesi: Bastian cuntrari, Tl’as mai fait parei! (dove lanciò Gipo Farassino) e Due sul pianerottolo con Rita Pavone. Nel 1977 Macario riuscirà ad avverare il suo sogno, non con pochi problemi, realizzando il Teatro La Bomboniera in via S.Teresa 10 a Torino. Morirà tre anni dopo e il suo teatro diventerà un seguito una discoteca e poi verrà definitivamente chiuso, un po come i ricordi dei torinesi nei confronti di Macario.

A leggerla oggi, con il peso del tempo trascorso, l’ironia della famosa frase di Macario che parlava di Torino lascia l’amaro in bocca: “Io poi alla mia città gli ho sempre voluto bene, non l’ho mai dimenticata. Anche se qualche volta ho ricevuto un calcio nel sedere”.

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