Marca Leun

In piemontese, la terminologia “marca leun” sta a indicare un prodotto di alta qualità.

Sulle origini di questo nome, ancora ci si divide i sostenitori del made in Piemont continuano ad attribuire questo termine alla storica fabbrica di caramelle Leone produttrice di dolciumi di alta qualità e che aveva tra i suoi clienti i reali d’Italia, nel merito riporto una mia piacevole intervista fatta a Guido Monero titolare della Ditta Leone. Per altri è opinione comune che il termine derivi dagli spettacolari film prodotti dalla casa cinematografica americana Metro Goldwin Mayer e che aveva appunto come logo la celebre testa di leone : “ all’Ideal a fan n’cine marca leun” (all’Ideal proiettano un film marca leone)

La Metro Golwin Mayer nacque nel 1924 (come il ciabattino) da un’associazione composta da tre grandi produttori: Marcus Loew della Metro Picture Corporation, Louis B. Mayer capo della Louis B. Mayer Pictures e Samuel Goldwyn, quest’ultimo proprietario della Samuel Goldwyn Production. Fin da subito questa majors si distinse dalla altre per la spettacolarità dei suoi film a costi altissimi, grazie anche all’enorme patrimonio immobiliare dei soci .

L’idea del leone come logo della casa cinematografica, venne a Howard Dietz, allora direttore della pubblicità, che lo utilizzò per la Golwyn Pictures Corporations dal 1916 al 1923. Dietz si laureò presso la Columbia University, il soprannome delle squadre sportive di questa Università era appunto: “i leoni” la stessa canzone da combattimento della Columbia era Roar Lion Roar” . La scritta presente in alto sul fiocco della pellicola cinematografica “Ars Gratia Artis” significa : l’Arte per l’Arte, in mezzo Slats, leone arrivato da Dublino.

In breve tempo, l’immagine del Leone divenne l’elemento di riconoscimento della Società, che ormai vantava contratti con i migliori registi e attori del momento, in particolare poi dal 1928 con l’arrivo del cinema sonoro dove all’immagine venne associato il ruggito. il primo leone infatti si limitava a girare la testa attorno al cerchio e fu l’unico a non ruggire.

Sette furono i leoni che si susseguirono nella sigla fino all’arrivo dell’immagine digitale che mandò in pensione l’ultimo Re della foresta. Nel 1924 con molta paura e adrenalina in corpo venne registrato su disco grammofonico il ruggito di Jackie, leone selvatico portato dal Sudan, il pubblico potè ascoltarlo per la prima volta assistendo alla proiezione del film Ombre Bianche, Jackie fu anche il leone dei film di Tarzan con Johnny Weissmuller.

A Jackie si susseguirono Telly, che fu il primo leone visto a colori grazie alla tecnologia Technicolor, poi Coffee, Tanner, George fino a Leo, il più longevo, il suo ruggito ci accompagna con registrazioni varie dal 1957. A parte la stilizzazione del leone per il film 2001 Odissea nello spazio, Leo è ancora adesso il logo utilizzato, modificato tramite effetti digitali in 3D parte dal primo piano dell’occhio, questo logo è stato usato per la prima volta per il film Skyfall, ventitreesimo episodio della saga di 007.

Ora, dopo 4.000 film e oltre 200 premi Oscar vinti ,, la Metro Goldwin Mayer dopo aver attraversato un lungo periodo di crisi finanziaria è stata rinominata MGM Holdings e fa parte del consorzio Sony , il ruggito di Leo si è un po’ affievolito, sentirlo però mi fa ancora scattare e portare l’attenzione alla proiezione, perchè so che è un film Marca Leun

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Ma i treni, arrivavano in orario?

Non si è mai capito se nel periodo del ventennio i treni arrivavano in orario, di certo non si poteva dire che arrivassero in ritardo. Non lo si poteva dire, perché era considerato reato.

A partire dalla prima legge sul controllo dell’informazione del 1925, tutte le notizie relative alla vita pubblica, finirono sotto stretta osservanza del regime. In seguito alla approvazione del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza nel 1931 divenne reato anche dare notizie considerate disfattiste per il regime fascista, tipo cattiva gestione degli affari pubblici, scandali, malasanità o appunto i treni in ritardo. E del resto, quando c’era lui, i gerarchi non solo viaggiavano in auto, ma pure in aereo, Italo Balbo, usava l’aereo per spostamenti anche minimi come lo stesso Mussolini quando nei fine settimana da Roma tornava in Romagna.

Nonostante il lavoro di censura, alcuni scandali arrivarono agli occhi e alle orecchie dell’opinione pubblica, come nel caso del terremoto in Irpinia nel 1930 dove i Prefetti si lamentarono per i fondi stanziati insufficenti e soprattutto perché non arrivarono mai a destinazione. Lo stesso avvenne per i soldi e le forniture delle Forze Armate, fu questo uno dei motivi per cui l’esercito italiano arrivò impreparato alla guerra.

Nel suo libro La bottega del ciabattino, Giovanni Senestro, allora diciottenne racconta: “ il mio fornitore di Carmagnola, mi vendeva la pella d’agnello per l’interno degli scarponi, dicendomi che detta pelle, pare venisse sottratta all’opificio militare che forniva gli scarponi ai nostri soldati in Russia. Venni in seguito a sapere che i nostri soldati calzavano scarponi imbottiti con del cartone al posto della pelle”.

E del resto che dire, quando si scoprì che in nome della Giornata della fede (18 dicembre 1935) tutte le fedi nuziali consegnate dalle donne ai gerarchi per una specie di matrimonio simbolico col fascismo, al grido di “oro alla patria” finirono fusi in lingotti per arricchire i federali, uno fra tutti il federale Gazzotti, processato poi a Torino nel dopoguerra.

In realtà questa giornata venne ideata per consentire un sostegno alla Patria, in quei tempi maggiormente in difficoltà a causa delle sanzioni economiche che gli Stati della Società delle Nazioni imposero all’Italia per l’utilizzo delle armi chimiche nella conquista dell’Etiopia . Restrizioni che costrinsero gli Italiani ad ulteriori sacrifici con razioni alimentari ridotte, la propaganda fascista arrivò fino a Pancalieri, in un discorso al cinema comunale, il segretario di zona, camerata Papu disse: “ dobbiamo ringraziare il Duce che razionando i generi alimentari, ci ha fatto diventare tutti snelli e atletici”. Però lui nella sua casa pancalierese in via Carmagnola, aveva una riserva di generi alimentari con ogni ben di Dio che i Partigiani in seguito sequestrarono.

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Omaggio a Sergio Corbucci

«Ford aveva John Wayne, Leone aveva Clint Eastwood io ho Franco Nero»(S.Corbucci)

Avevo quattro anni quando mio padre, operatore cinematografico a Pancalieri, mi sedeva su quell’altissimo sgabello della cabina di proiezione e da lì mi godevo i film. A undici anni ero il cassiere del Cinema, mio padre operatore e mia madre faceva la maschera all’interno del locale, era il terrore di tutte le coppiette che cercavano al buio momenti di intimità.

Ne ho visti film, soprattutto western, quelli che come mi ricordava una persona amica, si proiettavano specialmente al giovedi, cliente d’obbligo e grande appassionato, il medico del paese il Dottor Ambrogio Grillo

I western all’italiana, venivano chiamati in modo dispregiativo dagli americani “western spaghetti” questa terminologia che stava ad indicare film prodotti a basso costo e di serie B, col tempo invece divenne un vero e proprio marchio di qualità grazie a registi di elevato livello. Gli americani usavano le enormi distese dell’Arizona, i loro giganteschi e profondi canyon, da noi i film venivano girati tra Roma e Viterbo, a Capo Rizzuto in Calabria oppure in Spagna nella zona dell’Andalusia.

La differenza sostanziale tra i western americani e quelli italiani era che nel primo, il personaggio era quasi sempre un eroe, che combatteva per un ideale, spesso contro gli indiani cattivi. Nei western spaghetti, spesso scompare la differenza tra buono e cattivo, non ci sono indiani, il buono non veste mai pulito alla John Wayne, ma si presenta sporco e trasandato, mosso non tanto da ideali ma da interessi o vendette personali, la tipica figura di Clint Eastwood cacciatore di taglie. Meno spettacolarità ma più cinismo e violenza, cosa che piacque agli americani, al punto che obbligò i registi oltreoceano ad un vero e proprio revisionismo cinematografico.

Nei miei ricordi, a parte i kolossal di Sergio Leone, che però da ragazzino mi sembravano un po’ lunghi e noiosi, le figure che più mi vengono in mente sono Ringo e Django, non a caso diretti da Duccio Tessari e Sergio Corbucci, i due registi che dopo Sergio Leone considero i migliori del genere.

Django, il personaggio inventato da Sergio Corbucci, e interpretato da Franco Nero, vestito di scuro che viaggiava portandosi appresso una bara che solo alla fine svelerà il suo contenuto (scena assolutamente da vedere)

Sergio Corbucci era un vero e proprio appassionato di cinema, dietro alla macchina da presa passò da Maciste contro il vampiro a Totò con cui girò sette film, l’esordio col western arrivò con Massacro al Gran canyon (1964) ìn seguito uscì Minnesota Clay e poi nel 1966 il grande successo con Django, interpretato da un esordiente Franco Nero. Con lui Corbucci tornò a girare il Mercenario (1969) e ottenne un altro grande successo l’anno dopo con Vamos a Matar Companeros, film che parlava della rivoluzione messicana e girato in Andalusia, tra gli interpreti, un fantastico Tomas Milian, la colonna sonora diretta da Ennio Morricone.

Sergio Corbucci, si ritiro dopo aver diretto oltre una sessantina di film coi migliori attori italiani. È definito da Quentin Tarantino uno dei più grandi cineasti dello spaghetti western assieme a Sergio Leone, del resto il regista italo americano omaggiò Corbucci prima con la famosa scena nel film Le Iene del taglio dell’orecchio ripresa dalla pellicola originale Django del 1966 e poi col rifacimento dello stesso film con Django Unchained del 2012 dove tra l’altro torna con un cameo Franco Nero, quasi come fosse un passaggio di testimone.

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Quelli che al cinema ballavano il Twist

Nato negli Stati Uniti, da dove poi si diffuse in tutto il mondo, il Twist è un ballo che pare abbia avuto origine da una danza degli schiavi che la ballavano nelle piantagioni di cotone americane. Il ballo prese il nome dalla canzone del 1958 The Twist” di Hank Ballard (del gruppo musicale Hank Ballard & the Midnighters), incisa in cover da Chubby Checker. Quest’ultimo viene considerato l’inventore del Twist, specie dopo il brano del 1961 Let’s Twist Again”.

Agli fine degli anni ‘50 dopo il successo di Volare, il noto paroliere Franco Migliacci parte assieme all’amico Domenico Modugno alla scoperta dell’America. Da dove torna con un sacco di emozioni e di idee tutte illuminanti sul proprio futuro lavorativo. Scopre ad esempio che è appena esploso un nuovo, trainante mercato musicale, costituito solo da teenagers. «È pensando a loro, ai giovani, che mi porto dietro anche una pazza voglia di scrivere un twist. Era un ballo ancora agli albori negli Stati Uniti, dove sarebbe esploso un paio di anni dopo – chiarisce Migliacci — ma già allora mi aveva colpito per la libertà di dimenarsi piegandosi sulle gambe». Succede così che l’Italia scopra la febbre di questa nuova, giocosa variante del rock and roll grazie al brano: Tintarella di Luna” cantata da Mina e presentata nel 1959.

Mina e Adriano Celentano diventarono le icone di questa nuova rivoluzione musicale e culturale, eh si, perché oltre alle canzoni, ai dischi, questi giovani cominciarono anche ad occupare le pagine dei giornali, spazi nei notiziari, con loro arrivò anche un nuovo genere cinematografico, quello dei Musicarelli, che secondo il critico cinematografico Steve Della Casa il nome, già in uso all’epoca, “musicarello” farebbe il verso al più celebre Carosello, sottolineandone così l’aspetto pubblicitario senza dimenticare la presenza costante degli stessi protagonisti nelle pubblicità. In realtà i film del genere musicarelli, nacquero negli anni 50, col sottogenere melodico, i migliori interpreti furono Claudio Villa e Luciano Tajoli. Urlatori alla sbarra, così come il precedente I ragazzi del Juke-box e il successivo Balliamo insieme il Twist diedero vita ad un profondo cambiamento in questo genere cinematografico, lo si può intanto capire dai titoli stessi e dalla età stessa degli interpreti, notevolmente più giovane, un genere che durò tutto un decennio e che vide tra gli interpreti migliori Gianni Morandi, Little Tony, Caterina Caselli, Albano, Rita Pavone

I film fondamentalmente erano una promozione musicale, che anticipò gli attuali videoclip, storie brevi, scorrevoli, che tra una storia e l’altra d’amore, spesso denunciano la difficoltà di rapporti generazionali, il vecchio bigottismo democristiano, che da parte sua risponde con censure alla proiezioni di queste pellicole nei cinema Parrocchiali. Basti pensare ad esempio alla pellicola Urlatori alla sbarra del 1960 con Mina, Adriano Celentano Mario Carotenuto, Gorni Kramer e Joe Sentieri e che vide tra l’altro tra gli interpreti il Jazzista americano Chet Baker e un esordiente Lino Banfi. Questo film venne giudicato dal Centro Cattolico Cinematografico come Escluso per tutti, con la seguente motivazione morale. “…a parte una satira politica non sempre spiritosa, il film contiene numerose scene e battute di dialogo inaccettabili… la visione del film è pertanto da escludere”. Nel film Celentano cantava: «Ci volete proibire /Volete punirci/Perche portiamo i jeans/Senza mai considerar/ Questa nostra età» .

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Cinema, storia di una crisi

Salvatore: Da quanto tempo avete chiuso?

Spaccafico: A Maggio fanno sei anni, non veniva più nessuno. Lei lo sa meglio di me, la crisi, la televisione, le cassette. Ormai il Cinematografo è solo un sogno. Adesso l’ha acquistato il Comune per farci il nuovo parcheggio pubblico, sabato lo demoliscono, che peccato!

Il dialogo è tratto dal film: Nuovo Cinema Paradiso, la scena è quella del funerale di Alfredo, il vecchio operatore cinematografico, il corteo funebre si ferma davanti all’ormai abbandonato locale, e li Totò, affermato regista incontra il Signor Spaccafico che al tempo, grazie ad una vincita milionaria, dopo l’incendio che lo distrusse, rimise a nuovo il Cinema Paradiso. Questo dialogo, immaginato nel film verso gli anni 80, riflette appieno la grave crisi in cui si trovarono i locali cinematografici, in particolare quelli della seconda e terza cintura

A metà degli anni 50 in Italia, il cinema era la seconda industria per importanza, vantava circa 8.000 sale cinematografiche, raggiunse il suo apice negli anni 60 con 10.000 sale. Si raggiunse nel 1955 il record di spettatori con 855 milioni di biglietti staccati nell’anno.

Il periodo d’oro è stato, in effetti, quello del secondo dopoguerra– quando ancora la televisione non era diffusa nelle case delle famiglie. Allora le persone che si recavano al cinema erano dieci volte quelle di oggi, ed esso rappresentava senza dubbio una delle principali fonti d’intrattenimento. Dall’inizio degli anni ‘70 è però cominciato un calo a picco, a cui si sono contrapposte continue ed enormi spese per l’ammodernamento e la messa in sicurezza (dopo l’incendio del cinema Statuto a Torino). Tutto questo, poco alla volta ha decretato la chiusura di molti Cinema di paese, spesso gestiti da una conduzione famigliare o dal volontariato che girava attorno alle Comunità Parrocchiali.

Successivamente, la comparsa di piattaforme streaming a sostituire il vecchio blockbuster e prima ancora le VHS e l’evoluzione del noleggio a singolo film in abbonamento mensile a costo ridotto ha creato un’offerta difficilmente contrastabile.

Tutto questo infatti ha portato nel 2018 (ben prima del Covid) ad avere un numero di spettatori nell’anno di 86 milioni.

Infatti, bisogna sottolineare come il progresso tecnologico non si può e non si debba frenare, quando il suo scopo è quello di agevolare la vita di tutti i giorni. Ma quello che invece non dovrebbe mancare, e che purtroppo sta mancando, è il processo di sensibilizzazione delle persone verso tutti quegli ambienti che rischiano di chiudere per sempre. Questo è un discorso trasversale che vale per tutti quei settori che avevano resistito fino ad ora e che adesso sentono il terreno franargli sotto i piedi. Parlo ovviamente delle librerie, dei negozi di musica, di tutta la filiera legata al collezionismo di film, vinili e molto altro.

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Michele Senestro e il primo sciopero a Pancalieri

Tra le tante curiosità contenute dentro il bellissimo volume: “Pancalieri dall’origine al 1945” scritto da Roberto Manassero (Fusta Editore) , una mi riguarda da vicino o meglio riguarda la mia famiglia, i miei avi. Il primo sciopero avvenuto a Pancalieri, di cui si abbia memoria, fu organizzato proprio da un Senestro, tale Michele, di professione fornaio.

Era l’aprile del 1792, all’epoca i forni per la cottura del pane erano due, uno situato nella attuale via Don Perardi e l’altro in Vicolo del Forno, il proprietario, il Marchese Turinetti di Priero, metteva all’appalto periodicamente la gestione, i vincitori dell’appalto, provvedevano poi ad assumere fornai e garzoni.

Di norma i Pancalieresi impastavano il pane e poi lo portavano a cuocere nei forni del Marchese, pagando con fascine di bosco e once di pane (l’oncia è una misura che corrisponde a circa a 30 gr.)

Accadde che un giorno, il pane portato da un Pancalierese uscì “guastato” dal forno, forse troppo cotto o addirittura bruciato, il Pancalierese in questione portò le sue rimostranze al Consiglio Comunale che immediatamente convocò l’amministratore del Marchese, il sig. Turletti, l’appaltatore del forno Giuseppe Antonio Cocco e il fornaio Michele Senestro, accusato di negligenza nella cottura del pane.

Dopo attenta e lunga perizia venne appurato che il problema nasceva dalla legna scadente che l’appaltatore, per risparmiare, dava al fornaio. Condannato a dare legna di ottima qualità, l’appaltatore a questo punto decise di fare la cresta sui fornai e garzoni, togliendo quella percentuale di pane che a loro spettava dalle cotture.

I fornai con a capo Michele Senestro si ribellano, minacciano e iniziano lo sciopero, con immaginabili conseguenze per la popolazione come riportato sui registri comunitari di allora: “ ….prima di cuocere il pane, le fanno (le donne) aspettare per più giorni, con grave danno per le famiglie”.. L’appaltatore Cocco reagisce e decide di ridurre i fornai da 6 a 3, a questo punto la popolazione si schiera con i fornai e i garzoni.

Dal Consiglio Comunale si decide di intervenire presso il Marchese invitandolo a provvedere e a far ricorso alla Avvocatura Generale alla quale già la comunità si era rivolta “…pregandolo di dare quelle provvidenze che otterrà opportune per ovviare a questi disordini…”

Finalmente , il 4 Giugno 1792 il Consiglio Comunale delibera di attenersi alla tradizione e invita il Marchese a farla rispettare, i fornai rientrano tutti al lavoro, inoltre, l’appaltatore dovrà regalare a ciascuno alla fine di ogni anno un paio di scarpe, consuetudine caduta in disuso per favorire i guadagni dell’appaltatore.

Appaltatore che tuttavia, malgrado le sue malefatte non esitò nel 1800, con il ritorno di Napoleone in Piemonte e il conseguente l’insediamento delle Municipalità al posto dei Consigli Comunali, a farsi nominare rappresentante di detta Municipalità, una usanza tipicamente italiana, ancora adesso molto in voga

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Ah, il popolo italiano, la mia grande delusione…

«Ah, il popolo italiano, la mia grande delusione«Man mano che mi sono fatto una conoscenza più profonda del popolo italiano, ho toccato i suoi aspetti di scarsa educazione civile e politica. Mi riferisco alla parte prevalente del paese, non a tutto il Paese. Questo rafforzarsi costante del mio pessimismo, questa constatazione progressiva della non rispondenza della maggior parte del popolo è una delusione forte per uno che ha sempre ritenuto e ritiene di dover fare qualcosa per la vita pubblica.» Così Ferruccio Parri rispondeva a Corrado Staiano, che durante un intervista, gli chiese quale fosse stata la sua più grande delusione.

Ferruccio Parri, nato a Pinerolo il 19 gennaio 1890, laureato in lettere e filosofia, partecipò alla prima guerra mondiale, dove si meritò tre medaglie d’argento. Collaboratore del Corriere della Sera e insegnante, dovette abbandonare la carica nel 1925 per non aver accettato di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista, sospettato di attività antifascista, venne condannato a dieci mesi di carcere e successivamente a cinque anni di confino.

Dopo l’otto settembre 1943 Parri venne indicato dai gruppi partigiani come la persona più adatta a guidare la lotta della Resistenza, questo per le sue spiccate capacità militari, di mediazione e sopratutto per le sue posizioni non estremiste e quindi rassicuranti per gli alleati, divenne in seguito anche il leader del Partito d’Azione che si ispirava alle idee Mazziniane. Dopo il 25 aprile, fu quindi scelto, come persona adatta a traghettare l’Italia dal fascismo alla Repubblica.

Il 26 giugno 1945 Parri presentava il suo programma di governo, che tra le altre cose, rivendicava forte la difesa della sovranità dello Stato Italiano a fronte dei due blocchi che caratterizzavano la guerra fredda. Tra i suoi progetti, anche una forte laicità dello Stato e una netta separazione tra Stato e Chiesa, un profondo lavoro per preparare la Costituzione, con una decisa epurazione dall’amministrazione pubblica di tutti coloro che avevano collaborato con il regime fascista. Tanto bastava al Comandante Maurizio (Parri come partigiano scelse questo nome in onore della collina di San Maurizio a Pinerolo) per avere vità breve come Presidente del Consiglio.

Il governo Parri era composto da una coalizione politica che comprendeva i partiti del CLN: Partito d’Azione il capo dei Ministri, 4 ministri della DC, 3 del PCI, 4 del PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) 3 del PLI e 3 del PDL (Partito Democratico del Lavoro), Il Governo, l’unico governo italiano ispirato dalla Resistenza, fondato sul CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) e con un Partigiano alla guida, inaugurato il 21 giugno del 1945, durò solo 157 giorni.

Gli americani, preoccupati, non consideravano affidabile un governo guidato secondo gli ideali della Resistenza e che reclamava la sovranità italiana insieme ad una profonda educazione morale e civile del popolo e attraverso il ricatto degli aiuti all’Italia distrutta dalla guerra mediante vari piani di ricostruzione, come il piano Marshall che verrà varato nel 1947, cominciano a fare pressione sulla Democrazia Cristiana e sul Partito Liberale per mettere in crisi il governo. Complice il tentennamento e forse la paura che la forte leadership di Ferruccio Parri, possa metterli in crisi, in partiti di sinistra non sostengono come dovrebbero questo governo, che cade il 24 novembre 1945. Il Governo, l’unico governo italiano ispirato dalla Resistenza, fondato sul CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) e con un Partigiano alla guida, inaugurato il 21 giugno del 1945, durò solo 157 giorni..

In una intervista rilasciata nel 1972, Ferruccio Parri, descrisse così questa sua esperienza: “Ho sentito crescere la delusione numero uno, che debitamente corretta si potesse ripetere a Roma l’esperienza che nel nord, nonostante tutti gli attriti, aveva permesso la vittoria. Mi ero ingannato ritenendo che grandi obiettivi come la Repubblica e la Costituzione potessero legare e indurre a concentrare gli sforzi non meno che una guerra di liberazione. La seconda delusione mi venne dalla Resistenza. Non ero così ingenuo da meravigliarmi della indifferenza della città eterna per la lotta partigiana, della cauta ostilità della burocrazia ministeriale, della puzza di abitudini e di rimpianti fascisti affiorante in tutti gli angoli”.

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Mario, il Pancalierese che giocava con Bettega

Mario aveva da poco compiuto dieci anni, e come tutti noi Pancalieresi giocava a calcio sulla piazza del paese, piazza san Nicolao, per tutti piazza Nuova era il nostro Maracanà, tornei, campionati, sfide su quel campo improvvisato fatto di terra e pietre, con maglie e zaini a delimitare le porte.    Mario giocava lì, in quell’estate del 1960, con lui, Lino Ferrero, Franco Garetto, Pio Cimolino e molti altri, incantava tutti coi suoi dribbling, incantava in particolare Gabriele Ferrero il titolare del consorzio agrario che c’era sulla piazza, appassionato di calcio e grande osservatore, fu lui a dire al padre di Mario: “Sai tuo figlio gioca bene a calcio, ha buona tecnica e fantasia, perché non lo porti alle selezioni della Juventus?”  Il papà in realtà era un grande appassionato di motociclismo, non gli interessava il calcio, destino volle che però accompagnando suo figlio e amici allo stadio Comunale di Torino, poco prima di una partita, lo speacker annunciò che per il sabato successivo la Juventus avrebbe fatto le selezioni per la squadra dei ragazzi, come tirarsi indietro a questo punto.   Poco importava a Mario Bonaudi se quel sabato 17 settembre 1960 fosse il sabato della festa del paese, poco gli importava non esser presente ai giochi della festa Patronale, lui, insieme all’amico Lino Ferrero, erano là allo stadio Comunale di Torino con oltre 100 ragazzi pronti alle selezioni.

A quei tempi, Umberto Agnelli Presidente della Federazione Nazionale Giuoco Calcio, aveva creato il Nacg ovvero il Nucleo di addestramento dei giovani calciatori, per ragazzi dai 10 ai 14 anni. Presidente fu’ messo Silvio Piola, per la Juve il responsabile era invece Mario Pedrale, parliamo della fine degli anni 50 , piu’ precisamente il 1958, Pedrale era stimato da tutti nel settore, in un’intervista a Hurra’ Juventus nel 65 Pedrale parla del Nagc: “il settore giovanile della Juventus ha in forza ragazzi delle classi dal 1950 al 1954 , i ragazzini vengono scelti dopo un provino solitamente al sabato pomeriggio e successivamente avviati a diventare dei calciatori , insegnandogli sia la tecnica di base che migliorandoli fisicamente, lo scopo è quello di creare un vivaio ed evitare che il club vada a spendere soldi per prendere giocatori da fuori Torino o fuori dal Piemonte quando magari in casa ne ha di piu’ bravi”.

Quel sabato ne selezionarono due, Mario Bonaudi era tra quelli, con lui un altro ragazzino, Roberto Bettega, una partitella di un quarto d’ora, sufficiente per valutarne le qualità, Mario da una parte, Roberto e Lino dall’altra (va ricordato che a Lino Ferrero venne chiesto di ritornare il sabato successivo, piaceva e quindi i selezionatori lo volevano rivedere, ma purtroppo, i genitori che gestivano un bar non lo potevano riaccompagnare e così sfumò sul nascere questa grande occasione, altri tempi!). “Le faremo sapere, ci lasci il numero di telefono” ma i Bonaudi, come del resto quasi tutti i Pancalieresi a quell’epoca non avevano il telefono in casa, lasciarono il numero telefonico del Bar Ristorante La Posta. Toccò quindi, al titolare del bar Gianfranco Garavelli, comunicare qualche giorno dopo al papà di Mario che suo figlio “era stato preso nella Juve”. E così iniziò la sua avventura, giocava nella squadra dei suoi sogni, al tempo poi i ragazzi di Pedrale, oltre ad essere scelti come raccattapalle della squadra ufficiale, facevano sempre una sorta di avanspettacolo prima della partita della prima squadra, capitava così di giocare davanti a migliaia di spettatori. Era un attaccante, con Bettega creava una splendida coppia, diventarono amici e per anni trionfarono in tornei e campionati in giro per l’Italia.

Raggiunta la maggiore età, firmò il suo primo contratto per la squadra bianconera, con un ingaggio annuale per allora di 360 mila lire, allenato da Ercole Rabitti, passò alla squadra De Martino (l’attuale primavera), ma quando l’allenatore venne chiamato in prima squadra a sostituire Louis Carniglia, Mario, (considerato non ancora maturo per la serie A) perse il suo mentore, il suo motivatore, Ercole Rabitti era per lui molto più di un allenatore, considerando che Mario aveva perso suo padre poco tempo prima, e l’allontanarsi da questo personaggio non gli giovò di certo.  Venne quindi ceduto per fare esperienza all’Aosta in serie D, di quel periodo, racconta Bonaudi: “ avevo trovato un lavoro in banca a Torino, tre volte la settimana, partivo con la mia cinquecento per andare ad allenarmi ad Aosta, era dura, specialmente in inverno, dopo una giornata di lavoro fare Torino – Aosta, allenarsi e poi tornare a Pancalieri”.

Fu probabilmente questo il motivo che lo spinse a cercare il suo futuro nel mondo finanziario, dedicando al calcio solo la passione e l’impegno a livello dilettantistico, deliziandoci ancora per molto tempo, lo chiamavano Brazil, per via dei suoi dribbling, soprannome che quando tornò a giocare nel Pancalieri, coi suoi vecchi amici, si tramutò in sciabolare, per via del suo modo di dire in campo. Mario è sempre stato un tipo elegante, sul terreno di gioco e nella vita, racconta l’amico Lino Ferrero: a differenza di tutti noi, arrivava nello spogliatoio col suo cappotto color cammello, appoggiato vicino ai nosti indumenti, regolarmente a fine partita dopo fango, sudore e docce, diventava impresentabile, ma lui lo vestiva sempre con eleganza, Bond, lo chiamavamo Bond”.

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Maria del port

Ha compiuto da pochi giorni 97 anni Nicola Castellano, figlio di Maria Osella, Maria del port, insieme gestivano il ristorante trattoria del porto di Faule.

Era tipico, nelle domeniche di estate, coi miei genitori, tornando a casa dopo essere andati a far visita ai nonni a Saluzzo,  fermarsi a mangiare al porto di Faule.

L’apericena era allora una parola sconosciuta, semplicemente verso le sei di sera, dopo aver attraversato Faule, prima di imboccare il ponte di legno sul fiume Po, davamo una veloce sbirciatina sulla sinistra a quello splendido pergolato della trattoria di “Maria del port” cercando di individuare un tavolo libero, dove poter consumare una marenda sinoira, pane e salame, pane e formaggio oppure uno splendido piatto di pesciolini fritti. Anche il vino doveva essere buono, ma i miei non bevevano e io, allora ragazzino, mi accontentavo di una aranciata.

C’era sempre tanta gente, molti venivano da Torino, erano i classici bagnanti che frequentavano le spiagge del fiume Po o del torrente Pellice e che poi si fermavano a mangiare. Andare da Maria del port, era un punto di riferimento, faceva tendenza (come si dice adesso) del resto, la vita di Maria e della famiglia dei “purtunè” è sempre stata una vita avventurosa.

Maria Osella, nata nel 1891 a ventidue anni si sposa e va a vivere col marito sulle rive del Pellice dalle parti di Villafranca Piemonte, dopo la prima guerra mondiale, si trasferiscono sul tratto del fiume Po che da Villafranca porta a Faule, nel 1936 ancora si spostano per rimanere definitivamente tra Pancalieri e Faule, dove gestiranno il traghetto che collega la strada tra i due paesi (ancora non c’era il ponte). Dopo pochi mesi rimane vedova e continua da sola l’attività di traghettatrice, gestendo nello stesso tempo l’osteria nei pressi del porticciolo d’attracco. Donna energica, coraggiosa, prototipo delle attuali donne manager, si fa aiutare dai figli, in particolare da Nicola, che nel 1950 si sposa e con la moglie continueranno a gestire l’attività di ristorazione, il lavoro col traghetto dura fino al 1953, quando poi costruiranno un ponte in legno, sostituito poi nel 1975 dall’attuale ponte in muratura. In un mondo così duro e difficile, tipicamente adatto a figure maschili, è interessante la presenza di Maria Osella e di sua nuora, sembrano personaggi usciti dal libro: “Il mulino del Po” di Riccardo Bacchelli.

Storie di fiume, le numerose piene, che si portavano via tutto, anni scanditi da inondazioni, dover ricominciare un altra volta da capo. Storie di solidarietà, come i pasti offerti agli sbandati dopo l’otto settembre 1943 soldati in fuga, affamati che racimolavano in giro un po’ di patate e poi passavano da Maria per un piatto di minestra, ricordi di Partigiani nascosti e di violenze dei nazifascisti, come quella volta che Nicola e la mamma dovettero stare in piedi legati ad un palo per tutta la giornata perché sospettati di chissà quale crimine.  Storie di feste, come la pista da ballo fatta sul cemento per festeggiare il dopoguerra, i fisarmonicisti suonavano in cambio di un pasto, il lunedì di Pasquetta invece, veniva un orchestra di quelle serie, si facevano anche i manifesti che per un errore di stampa diventavano uno slogan: “ Si balla al Porto di Favole”. Che bello quando scopri di aver conosciuto queste persone, che per la loro vita, la loro bellezza, starebbero benissimo dentro le pagine di un romanzo, di un bel romanzo.

Bello ancora adesso stare sotto quel pergolato, aspettando che ti portino il vino (ora lo posso bere) belli i ricordi e buona la cucina, è cambiata la gestione (il nipote di Maria del port è un affermato odontotecnico), ma il fascino, quello, rimane sempre lo stesso.

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Sangon blues

…Al vënner i smonto,                                                                                                                          al saba fas festa e vad con la Vespa a Sangon,                                                                              l’è pien ëd gorin-e ‘n pò serie ‘n pò min-e                                                                                      che vëddo sempre a balè,                                                                                                                    ma cosa importa se sai nen noè mi devo cariè                                                                                  e perciò: Sangon Blues…”.

Da Torino si arrivava con il tram 41 (che collegava Stupinigi), in bici oppure con la “Vespa”, come raccontava Gipo Farassino nella sua canzone Sangon Blues. Rispetto alle spiagge sul Po, quelle sul Sangone erano più selvagge ed “esotiche”, preferite dai giovani, ed anche più adatte ai bambini perché l’acqua era più bassa e si poteva tranquillamente attraversare il torrente da una sponda all’altra. Anche se i pericoli non mancavano, così come il rischio di annegamento per la presenza di alcune pozze. Si attraversava il ponte di corso Unione Sovietica che andò distrutto nella piena del ’62. I lavori di rifacimento del ponte e i nuovi argini cancellarono la spiaggia: prima sulla sponda torinese c’era una discesa che portava sulla riva, dove nella bella stagione era allestito un vero e proprio stabilimento balneare.

In realtà Torino, vantava veri e proprii stabilimenti balneari fin dagli inizi del 1800, alcune spiagge erano libere, altre con sdraio e ombrelloni a pagamento. Situate quasi tutte a monte della città  per evitare scarichi fognari e industriali, si distinguevano sopratutto per la tipologia dei frequentatori, dopo la spiaggia libera situata alla confluenza tra fiume Po e torrente Sangone, nell’attuale zona delle Vallere, andando verso la città, si trovavano sulla sinistra i bagni Lido Spezia, posto allo sbocco dell’omonimo corso e attrezzato anch’esso con cabine, docce e servizi, più avanti il Lido Millefonti, sempre provvisto di tutti i comfort, ma a prezzi popolari. Sulla sponda destra, appena 500 metri più avanti, i cittadini più facoltosi potevano rilassarsi sulla sabbia fine dei Bagni Diana. Stabilimento di lusso, era posizionata all’altezza dell’attuale Museo dell’Automobile e vantava tra le sue caratteristiche più apprezzate quella di avere una grande piscina a disposizione dei suoi clienti. La piscina è tuttora in funzione, gestita dal Gruppo Sportivo Fiat Sisport. Appena oltre si incontrava il fiore all’occhiello degli stabilimenti torinesi dell’epoca, i Bagni Lido Savoia, offriva sdraio, ombrelloni, cabine e docce, il suo posto è stato preso dalla piscina Comunale Lido, costruita nel 1933 e dotata di una grande veranda panoramica sul fiume. Davanti alle Molinette infine la cosiddetta spiaggia “dei brutti”, situata poco prima dell’odierno ponte, non attrezzata e frequentata principalmente da operai e povera gente.

Il lento declino delle spiagge cittadine iniziò con il boom dell’auto e la possibilità per tutti o quasi di raggiungere le località di mare in poco tempo. Il resto è storia dei nostri tempi

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