Eccidio di Boves

…Salimmo di corsa sulle colline del Giguttin e vedemmo il paese in un mare di fuoco. Impossibile! Incredibile! l’impressione di sgomento e di disperazione che era nei nostri occhi non si può…” (dal diario di uno scampato all’eccidio di Boves).

Sono trascorsi solo undici giorni dall’Armistizio, i tedeschi hanno occupato Cuneo, sono oltre 500 SS dotate di carri armati e autoblindo, a comandarle è il maggiore Joachim Peiper

L’esercito italiano è ormai allo sbando, molti soldati fuggono , hanno paura, cercano di sbarazzarsi della divisa per mettersi in abiti civili ed i tedeschi ne approfittano per prendere possesso di tutti i territori italiani non ancora in mano agli alleati. Sta nascendo il movimento di Resistenza Partigiana, oltre ai militari dell’esercito Italiano, molti antifascisti, gente comune, stanca della guerra e del fascismo, che non ci stà a vedere la propria patria sotto il dominio germanico.

A Cuneo, è attivo da anni un movimento antifascista, a comandarlo è Tancredi Achille Giuseppe Olimpio Galimberti, un avvocato che nel 1943 aveva 37 anni e che tutti conoscevano come «Duccio», il soprannome con cui sarebbe passato alla storia d’Italia. Il 26 luglio 1943, il giorno dopo la caduta di Mussolini, Galimberti, da tempo militante clandestino dal balcone del suo studio nella centralissima piazza Vittorio (oggi piazza Galimberti) tenne un comizio improvvisato per celebrare la fine del regime fascista: «La guerra continua, fino alla cacciata dell’ultimo tedesco e alla scomparsa delle ultime vestigia del fascismo».

Per questo motivo, già il 16 settembre, un proclama dell’esercito nazista firmato dal maggiore delle Waffen SS Joachim Peiper, comunica alla popolazione che i fuoriusciti dall’esercito italiano che sono saliti in montagna verranno liquidati come banditi, e che chiunque dia loro aiuto o asilo sarà ugualmente perseguito. Lo stesso giorno Peiper si reca a Boves, fa riunire in piazza tutti gli uomini e minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati datisi alla macchia non si presenteranno.

La mattina di domenica 19 settembre una Fiat 1100 arriva in Piazza Italia: i due occupanti sono militari tedeschi. Un gruppo di fuoriusciti dall’esercito italiano, rifugiatisi per combattere in località San Giacomo, in Val Colla, è appena arrivato in paese per fare rifornimento di cibo: scorge la vettura dei tedeschi, li raggiungono, li disarmano e li catturano senza che questi oppongano resistenza, e li trasportano in Val Colla, dove i due vengono interrogati in merito alla propria presenza nel paese.
Alle 11.45, nemmeno un’ora dopo la cattura, due grandi automezzi tedeschi, carichi di militari, arrivano in Piazza Italia: due SS con bombe a mano distruggono il centralino del telefono sito nei pressi del municipio, quindi i due automezzi ripartono a tutta velocità verso il torrente Colla. Giunti nei pressi del borgo di Tetti Sergent i tedeschi abbandonano i mezzi e proseguono a piedi: sono circa le 12 quando inizia la battaglia con le formazioni partigiane lì stanziate. Il contrattacco della formazione di Ignazio Vian ha successo, e in meno di un quarto d’ora le truppe tedesche sono costrette a indietreggiare.

Durante lo scontro restano a terra due persone, un partigiano genovese e un militare Tedesco

Alle 13 le SS coinvolte nello scontro a fuoco tornano a Boves, e circa alla stessa ora giunge in Piazza il grosso del plotone tedesco di Cuneo, comandato dal generale Peiper, che incarica il parroco di Boves, Don Bernandi, e l’industriale Antonio Vassallo di andare a trattare con i partigiani per la riconsegna dei due prigionieri, della Fiat 1100 e della salma del caduto; Peiper assicura che in caso di successo della trattativa Boves sarà risparmiata, ma si rifiuta di mettere per iscritto il proprio impegno, asserendo che “la parola d’onore di un ufficiale tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani”.

Gli ambasciatori giungono tra i partigiani tra le 14 e le 15 e parlano con il comandante Vian e un’altra decina di persone, che dopo alcune discussione decidono di riconsegnare i prigionieri, con tutto il loro equipaggiamento, l’auto, e la salma del caduto tedesco. I prigionieri, bendati, vengono fatti salire in auto con gli ambasciatori e riportati in centro a Boves. Nonostante la riconsegna il maggiore Peiper dà ordine di iniziare la rappresaglia: piccoli gruppi di SS sfondano le porte delle case, sparano e uccidono i cittadini che sono rimasti a Boves, per la maggior parte anziani, malati e infermi, e appiccano il fuoco a tutto ciò che trovano sulla loro strada. Il bilancio è pesante, circa 350 case la cifra ufficiale, 25 le persone uccise compresi il parroco don Bernardi e Vassallo i quali, addirittura, vengono bruciati vivi. Anche il vicecurato don Mario Ghibaudo di appena 23 anni verrà ucciso mentre aiuta vecchi e bambini a fuggire .

Quello di Boves è stato uno dei primissimi episodi del sistema repressivo tedesco che prevedeva azioni contro la popolazione civile in risposta alle azioni partigiane e dei militari italiani.

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Partigiani, morire per pochi denari

Mancano pochi giorni al ricordo della Battaglia della Pancalera, quel 26 settembre di 75 anni fa sulla strada detta appunto: “la Pancalera” percorso che collega Pancalieri a Carignano, passando in mezzo alla campagna, all’altezza del bivio che porta a Lombriasco e Osasio, una trentina di Partigiani attaccarono quattro camion carichi di grano, che i fascisti della Brigata Ather Capelli, avevavo requisito ai produttori di Pancalieri per inviarli via treno in Germania. Nello scontro, oltre ad alcuni fascisti, morirono anche due Partigiani: Franco Diena (Ferrero) e Chiaffredo Barreri (Tormenta).

Si dice che i Partigiani, sorpresero i fascisti, in realtà come mi raccontava sempre mio padre, furono i fascisti a sorprendere i Partigiani, avvisati da un Pancalierese, che raccontò loro di aver sentito che i “ribelli” volevano minare la “Pancalera” per sequestrare il grano.

Partirono ben prima, schierati sui camion pronti a difendersi e così sorpresero i Partigiani, che ancora stavano preparando gli esplosivi, ecco perché Ferrero e Tormenta vennero sorpresi e uccisi.

Ogni valle, ogni paese aveva le sue spie, erano persone normali, del posto, magari il vicino di casa. Il Fascismo, dunque, creando un sistema squisitamente poliziesco, incoraggiò massicciamente la delazione come dovere del cittadino e partecipazione alla lotta agli avversari del Duce, sfruttando ampiamente le “segnalazioni” da qualunque parte giungessero. La spiata e la denuncia cosiddetta “orizzontale”, cioè quella in cui accusatore e accusato erano dello stesso livello sociale (spesso, anzi, si conoscevano direttamente), costituisce, indubbiamente, la mole maggiore delle delazioni. Dietro di esse vi erano motivazioni delle più varie, da quelle di invidia nel lavoro, alla gelosia, alle contese familiari. Tutte sfociavano nella denuncia, anonima o no, vista come strumento indiretto per la risoluzione dei conflitti privati, in realtà più che da un dovere civico o fascista il delatore era quasi sempre mosso da interessi personali o familiari.

Nel suo libro: “La bottega del ciabattino” (Ed. Alzani) Giovanni Senestro racconta la cattura di tre Partigiani a Villafranca Piemonte, avvenuta grazie ad una soffiata: “…L’albergo Delfino serviva anche ai comandanti partigiani per i loro incontri. Ed è proprio lì che la notte  del 5 febbraio 1945, la famigerata  banda dei  criminali  fascisti  di Novena, in seguito ad una spiata, della quale dirò meglio più avanti, cattura e tortura prima di  fucilare davanti al municipio, il comandante Leo Lanfranco ed i  fratelli Carando. La  spia, che avida  di denaro  per 30.000 lire, diecimila a persona, ha  fatto  trucidare i tre capi  partigiani era   una straccivendola  di Villafranca, di  nome Ottavia. Essa veniva anche  settimanalmente a Pancalieri, e si  faceva  sentire  col ritornello «gnune strasse», Catturata in seguito dai partigiani, venne giustiziata.

E’ opportuno ricordare che molti Partigiani vennero catturati, torturati e uccisi, grazie a soffiate di civili, spesso compaesani. Ecco perché spesso, ancora adesso, cercando di correggere la storia, si fa riferimento a civili “innocenti” uccisi dai Partigiani.

Per conoscere la storia, bisogna conoscere tutti i capitoli.

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Anche le donne si associano

Nato sulle ceneri dei “Gruppi di difesa della donna” movimenti creati dal partito Comunista Italiano, nel novembre 1943 con lo scopo di coinvolgere il maggior numero di donne nella lotta di resistenza, l’U.D.I. Unione Donne Italiane si costituisce ufficialmente il 1° ottobre del 1945. la democrazia nel nostro paese comincia il suo cammino lento e faticoso, da qui non si torna più indietro, è la resistenza ad oltranza di un popolo deciso a conquistare il proprio futuro. Particolarmente faticoso risulta il cammino della donna, che acquista subito il diritto al voto al pari degli uomini, ma vede i proprii diritti all’uguaglianza, negati da pregiudizi secolari, la parità anche sul fronte del lavoro e della carriera, oppressa dal prevalere maschilista.

A Firenze dal 20 al 23 ottobre 1945 si svolge il primo congresso dell’U.D.I. per stabilire una piattaforma operativa, un programma. Sono queste, donne orientate a sinistra, prevalentemente del Partito Comunista, tra le promotrici, Rita Montagnana, Ada Gobetti e Lina Merlin, vogliono la parità salariale e la pensione per le casalinghe.

Le donne cattoliche sfuggono l’U.D.I. si riuniscono e dibattono i propri problemi nell’ambito delle Parrocchie, diventando un enorme serbatoio di voti per la Democrazia Cristiana. Giovanni Battista Montini (poi Papa Paolo VI), allora sostituto della Segreteria di Stato vaticana, si attiva per fondare nel 1945 il C.I.F. Centro Italiano Femminile un punto d’incontro tra un nascente movimento politico femminile e l’associazionismo cattolico più tradizionale che vedeva ancora con difficoltà un impegno politico attivo.

Nonostante le nette differenze ideologiche, hanno in comune “la concezione della militanza femminile” che ne aveva ispirato la nascita, una concezione “condivisa pienamente dalle cattoliche e accettata, seppure non senza resistenze, dalle comuniste”. Per le donne, cioè, “dovevano esistere ambiti separati di pratica politica” e loro compito precipuo era quello di raggiungere altre donne per ottenerne il consenso e spingerle alla partecipazione, entrambe le componenti individueranno nella famiglia, nell’infanzia, nell’assistenza e nel lavoro “i settori privilegiati di competenza” delle donne.

E’ interessante notare, che precedentemente a tutto questo, malgrado le differenti ideologie politiche, nella riunione tenutasi a Roma il 25 ottobre 1944 e indetta dall’UDI. , a cui parteciparono anche le rappresentanti del Comitato Femminile DC, del Gruppo Femminile del Partito Repubblicano, dei Centri Femminili dei Partiti Comunista, Socialista, d’Azione, Liberale, Sinistra Cristiana, Democrazia del lavoro e dell’Associazione “Pro Suffragio” della Federazione Italiana Laureate e Diplomate (FILDIS), venne costituito il “Comitato Pro Voto” per “ottenere il riconoscimento del diritto della donna a occupare posti di responsabilità nelle Amministrazioni Pubbliche” .

Quando il 25 settembre 1945 il Parlamento si riapre per ospitare la Consulta Nazionale composta da esponenti dell’antifascismo designati dai partiti politici, per la prima volta tra i 430 membri del prestigioso organismo vi sono anche 13 donne, tra cui importanti figure dell’antifascismo.E proprio alla Consulta Nazionale si registra il primo intervento di una donna ad una assemblea rappresentativa politica italiana. Il discorso, tenuto dalla Cingolani, responsabile del Movimento Femminile DC, mette subito in evidenza l’insoddisfazione per gli spazi politici lasciati alle donne.

Il resto è storia dei nostri giorni.

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Tito Stagno, colui che fece scendere l’uomo sulla luna un minuto prima

Eravamo tanti, credo quasi tutta l’Italia ad essere incollati allo schermo della televisione quella sera del 20 Luglio 1969 (basti pensare che in quelle ore, a Milano, il telefono del pronto intervento della Polizia squillò solo due volte) . Quella sera, l’uomo stava arrivando sulla luna, l’Apollo 11 partito quattro giorni prima da Cape Canaveral, aveva già staccato il modulo lunare o LEM che per l’occasione era stato battezzato l’Aquila e si stava preparando all’allunaggio. La RAI orgogliosamente aveva preparato un mega studio con una diretta Televisiva di quasi 30 ore, il cronista era Tito Stagno, famoso giornalista dell’epoca. Oltreoceano in collegamento c’era invece Ruggero Orlando, inviato speciale dagli Stai Uniti, famoso per noi over 60 per il suo tipico saluto con voce nasale: Qui Nuova York , vi parla Ruggero Orlando”.

Va detto che nel momento in cui il modulo, scendeva nell’orbita lunare, per problemi legati al computer di bordo, non vennero più trasmesse immagini, quindi entrambi i cronisti, così come la base NASA erano collegate con gli astronauti solo tramite l’impianto audio.

Toccò quindi a Tito Stagno raccontarci, tramite la sua innata esperienza, questo storico momento e complice la cattiva ricezione iniziarono gli errori di percezione che lo porteranno al celebre equivoco dell’allunaggio in anticipo: ad un certo punto, durante le fasi concitate dell’allunaggio, capisce “seventy” al posto di “two-seventy” (le misure sono espresse in piedi dagli astronauti), questo gli fa credere che il modulo lunare (LM) sia a 21 metri d’altezza quando in realtà è ancora a 82 metri dal suolo, mentre il modulo prosegue la sua discesa, un “two-twenty” detto da Aldrin (il pilota del modulo) si sente chiaramente, ma Stagno lo interpreta come “twenty”, per lui il LM è a 6 metri dal suolo, in realtà è ancora undici volte più in alto: sta a 67 metri.

E alle 22,16 Tito Stagno, battendo eccitato i pugni sulla scrivania, urla: “ Ha toccato, ha toccato”, tra gli applausi dei presenti in studio e di tutti gli italiani in ascolto (96% di share) mentre parte l’applauso in studio, si ode però la voce di Aldrin che scandisce ancora i dati di discesa e indica un’altezza di 100 piedi (30,5 metri), poi arriva la doccia gelata di Ruggero Orlando, che inizialmente non viene sentita o viene ignorata: “No! Non ha toccato”, Tito Stagno imperterrito prosegue: “signori, sono le 22.17 in Italia, sono le 15.17 a Houston, sono le 14.17 a New York. Per la prima volta un veicolo pilotato dall’uomo ha toccato un altro corpo celeste. Questo è frutto dell’intelligenza, del lavoro, della preparazione scientifica; è frutto della fede dell’uomo. A voi Houston. “. E così mentre i due giornalisti battibeccano, noi in Italia ci perdiamo i dialoghi tra il modulo lunare e la base, momenti che resteranno nella storia, come la celebre frase del comandante Neil Armstrong (sul modulo insieme a Buzz Aldrin) : “Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed.

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I fatti di Piazza Statuto

I fatti di Piazza Statuto, si collocano in un periodo di elevate tensioni sindacali e sociali, il cosiddetto periodo del boom economico, porta in realtà una migrazione da sud a nord che le grandi fabbriche e le grandi città non sanno gestire, basti pensare che Torino dalla metà degli anni 50 all’inizio del 1961 passa da 700.000 a oltre un milione di abitanti; quartieri dormitorio, sistemazioni improvvisate, famiglie accampate in baracche di fortuna, periferie intasate, davanti agli alloggi sfitti spesso il cartello: “Non si affitta ai meridionali”. Il meridionale era buono solo per la FIAT , non era inserito in nessun tessuto sociale o iniziativa, non veniva integrato nel contesto della città, era solo casa e lavoro.

Inoltre nel 1962 emerge una profonda trasformazione della composizione sociale e tecnica della fabbrica, attraverso l’emarginazione, per certi versi, del vecchio operaio di mestiere, del vecchio operaio qualificato ( l’turniur) che era stato la spina dorsale del movimento socialista e comunista all’interno della fabbrica, con l’arrivo di nuove figure operaie, figure importate, per così dire (le prime ondate di immigrazione dal sud), figure di lavoro scarsamente qualificate, erogatori di lavoro semplice, privo di qualificazione, una figura operaia che verrà definita dai sociologi, e anche politicamente: “l’operaio massa, l’operaio della catena di montaggio”.

A inizio luglio 1962, Fiom, Fim e Uilm proclamano uno sciopero di tre giorni con inizio il 7 luglio, si deve discutere il rinnovo del contratto di lavoro, è una trattativa molto importante, il 5 Luglio però la Uilm, insieme al SIDA Sindacato Autonomo, formato da dissidenti CISL e fortemente sostenuto dalla FIAT, ritira l’adesione allo sciopero proclamato qualche giorno e sigla nella notte un accordo separato con la direzione di fabbrica.

Alle prime luci dell’alba del 7 luglio migliaia di lavoratori infuriati scioperano compatti, picchetti bloccano gli ingressi dei maggiori stabilimenti industriali di Torino: Fiat, RIV e Lancia, poi nel pomeriggio gli operai si dirigono in corteo in piazza Statuto, davanti alla sede della UIL, la sede dei traditori. La voce si diffonde in tutte le periferie proletarie e sottoproletarie e la protesta si trasforma in una rivolta popolare che durerà tre giorni e tre notti, la situazione fugge di mano agli organizzatori, vani i tentativi di mediazione dei Dirigenti CGIL, CISL e del Partito Comunista, la frattura tra giovani operai e dirigenze politiche e sindacali si è prodotta. La protesta dilaga, ad ogni ora che passa i manifestanti aumentano a migliaia, non sono più solo operai, ma abitanti delle periferie della città, tantissimi meridionali, e poi come sempre teppisti e facinorosi. Arriva il famigerato battaglione Padova della celere, col suo corteo di jeep e gipponi. Verso le sedici di Sabato sette luglio 1962, iniziano i caroselli della polizia, le sassaiole, gli scontri corpo a corpo, le manganellate, i fermi, i lacrimogeni. Intanto la notizia degli scontri si e’ diffusa nella citta’, molti che corrono a chiamare gli altri, tutti tornano e dalle strade e corsi che sboccano in Piazza Statuto arrivano sempre piu’ numerosi. Dalle 19 alle 4 di notte gli scontri non hanno praticamente sosta, sempre piu’ violenti, con la polizia ed i dimostranti che occupano alternativamente i luoghi nella piazza. Alle 11 di domenica 8 luglio migliaia di persone sono di nuovo in piazza Statuto; c’e’ anche un enorme schieramento di polizia e carabinieri fatti affluire dal Veneto e dall’Emilia, che caricano subito per disperdere, e poi ancora, molte altre volte, ma i dimostranti non si disperdono. Alle due di notte di martedi’ 10 luglio 1962, un esercito di polizia e carabinieri riesce a conquistare la piazza e a tenerla . Il bilancio dei tre giorni di scontri è di 1.215 fermati, 90 arrestati e rinviati a giudizio per direttissima, un centinaio di denunciati a piede libero, varie centinaia di feriti fra le forze dell’ordine e fra i manifestanti. Nei primi giorni di agosto la Fiat licenzia 88 operai coinvolti nelle proteste. Erano i primi segnali di rivolte di massa, rivolte delle periferie, del disagio sociale, a cui ancora oggi, non sappiamo dare una risposta.

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Faccetta nera e le spose bambine

Cantata dai nostalgici, canticchiata dai più, Faccetta nera era una di quelle classiche canzoni di propaganda del regime: “…quando saremo vicino a te, noi ti daremo un altro Duce, un altro Re”. La guerra non viene quasi mai presentata agli italiani come una guerra di conquista, ma come una di liberazione. Il meccanismo non è molto diverso da quello a cui assistiamo ancora oggi: andiamo a liberare i vietnamiti! Andiamo a liberare gli iracheni! Andiamo a liberare gli afgani! Per poi in realtà, lo sappiamo bene, sfruttare le loro terre.

E’ bene dire che il colonialismo italiano non nasce con il fascismo, ma con l’Italia liberale postunitaria, tuttavia negli anni trenta si assiste a un’accelerazione del progetto di conquista. Mussolini vuole l’Africa, il suo posto al sole, e per ottenerlo deve conquistare gli italiani alla causa dell’impero. Uno degli argomenti preferiti dalla propaganda era la schiavitù. I giornali erano pieni d’immagini di donne e uomini etiopi schiavi: “È il loro governo a ridurli così, andiamo a liberarli”.

Naturalmente l’arrivo dell’esercito liberatore, comportava un prezzo da pagare per la popolazione locale, in particolare per quella femminile. Per evitare ai soldati la frequentazione di bordelli o di case di tolleranza con rischio evidente di contrarre malattie veneree, l’italico conquistatore, non esitò ad utilizzare una tradizione locale: “Il Demoz” una forma di contratto matrimoniale a pagamento, insomma comperavano la sposa, spesso giovanissima, dodicenne, tredicenne, necessariamente vergine, una schiava praticamente, come ebbe modo di descriverlo in una intervista Indro Montanelli, soldato in Africa, del resto la donna africana era considerata e presentata sulla stampa italiana come una tentazione esotica facilmente disponibile per il soldato o il colono italiano. Il desiderio sessuale era anche una delle ragioni implicite che spingeva i maschi italiani ad accettare di partecipare alle campagne di guerra coloniale, sognando una terra di opportunità e l’occasione di appropriarsi di donne disponibili, Nel gergo coloniale italiano, per “madama” si intendeva la donna africana che conviveva o aveva una relazione stabile con un uomo italiano. Il termine “madamato” aveva una connotazione dispregiativa; fu coniato all’indomani della guerra d’Etiopia.

Con l’arrivo delle Leggi razziali che in un articolo recitavano: “il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana è punito con la reclusione da 1 a 5 anni. Gli italiani ebbero facile gioco nello sbarazzarsi delle ragazze africane, lasciando sul terreno migliaia di bambini meticci.

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Quel 25 Aprile a Pancalieri

 

A Pancalieri, nei giorni della Liberazione entrò subito in funzione la nuova giunta comunale, composta da: Domenico Galeasso (Sindaco), Giovanni Calvino, Michele Chiattone, Casto Cimolino e Ottavio Pochettino. Membri del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) erano Lina Cuneo-Bertogliatti (U.D.I.), Antonio Sola (P.C.I.), Giovanni Senestro (P.S.I.) e Piero Gamba, che posata la divisa da repubblichino, si autonominerà membro per la D.C.

Subito si riaccendono, dopo cinque anni di oscuramento, le lampade elettriche per le strade, sistemate alla meglio, ma con la massima celerità dagli elettricisti Libra e Palmero. Gli angloamericani entrano in Torino il 3 maggio 1945; comandante della piazza è nominato l’americano colonnello Fiore, (dal nome presumo fosse di origine italiana), che nei giorni successivi si recherà a far visita a tutti i comuni, compreso il nostro. Qui verrà ricevuto col massimo degli onori dal Sindaco, al quale per nessun motivo al mondo, si è riusciti a far indossare la fascia tricolore che indossava il suo predecessore del prefascismo, conservata e scovata in un cassetto, da qualche impiegato. Dopo il discorso fatto dal balcone del palazzo comunale, dove in precedenza eravamo abituati a sopportare solo gerarchi fascisti, il colonnello ci lascia, salutato dalle nuove autorità e dalla popolazione.

Nei giorni successivi giungono le truppe di occupazione angloamericane che si accampano in riva al Po a Casalgrasso e tirano cavi telefonici nei fossi fino a Pancalieri. Sono benvoluti da tutti, non solo per la simpatia, ma perché portano con se viveri in abbondanza ed ogni ben di Dio.

Tra gli sfollati a Pancalieri, c’era pure un gelataio di via Cigna a Torino che aveva perso tutto nei bombardamenti. Aveva trovato sistemazione nella casa Abbiate (ora Tamagnone) a San Rocco, e con qualche aggeggio refrigerante riusciva a confezionare ghiaccioli che vendeva nel cinema, sempre pieno zeppo, campando così lui e la famiglia. Finita la guerra ci svelò la ricetta del «cigno», come lo chiamava lui: acqua, passata nella «rapa» (residui di uva che lasciava il vi-no), con aggiunta di pastiglie di saccarina in mancanza dello zucchero. Nel dopoguerra riuscì anche ad aprire un negozietto verso l’incrocio stradale in via Principe Amedeo (attuale casa Rivoira), dove vendeva nei giorni estivi. Fu appunto in questo negozietto, che si riversarono le truppe angloamericane di stanza nella zona. Portarono zucchero, cacao, latte condensato e il necessario per farsi con-fezionare i gelati. Tutto in quantità tale che Aldo Malandrone (così si chiamava), riusciva anche a soddisfare il desiderio di tutta la popolazione.

Il parroco, Teol. Perardi, organizzò una funzione di ringraziamento per la fine della guerra, in parrocchia, gremitissima come non mai, e un’altra nel santuario dell’Eremita, ristrutturato in quegli anni come voto alla Madonna. Si andò in processione, alla quale parteciparono pure, tra gli altri, i partigiani pancalieresi.

(dal libro: “La bottega del Ciabattino” di Giovanni Senestro. Ed Alzani)

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