Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 18.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 7 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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La zona d’le cà di cine

Passo spesso da quelle parti, la zona d’le cà di cine era quella area identificata tra via Andrea Doria e via Pomba. Lì fin dagli anni ’50 erano collocate le case di noleggio cinematografiche, lì girava tutto il businnes del cinema in in Piemonte. Mio padre, il ciabattino che esordi operatore cinematografico nel 1942 per poi diventare gestore cinematografico nel 1966, andava in quella zona ogni mercoledi, li preparava la programmazione cinematografica, ritirava e riconsegnava le pellicole cinematografiche, le famose “pizze” chiuse in scatole di alluminio, ogni pizza durava 15 minuti un film normalmente era di 90 minuti, quindi 6 pizze, considerato che ogni settimana venivano proiettati almeno due film e che noi eravamo dotati di una vecchia 500, vi lascio immaginare come si stava in macchina, specialmente quando si andavano a ritirare i film kolossal, quelli che durano 3 o 4 ore.

Quanti personaggi son passati sotto i miei occhi mentre da bambino crescevo, fino a diventare ragazzo e a guidare io la mitica 500, fu quello, il 1978 l’ultimo anno di vita per il glorioso cinema Ideal di Pancalieri, l’avvento delle tv locali e dei videoregistratori, dettero un duro colpo alle casse dei piccoli locali di paese.  Però come ricordo queste persone, tutte che mi volevano bene, mi avevano visto crescere, venivano spesso a Pancalieri, erano gli anni in cui i contratti si facevano con una stretta di mano, la carta era solo un proforma, spesso serviva per mandare i saluti.

La Metro Goldwyn Mayer quella si era formale nei suoi contratti, addirittura per il film Ben Hur uscì un contratto personalizzato con condizioni particolari, formali erano pure gli impiegati, tutti impettiti e incravattati anche ad agosto, e allora non c’erano tanti condizionatori.

Ecco cravatte e profumi sono i ricordi che più spesso lego a quei personaggi, poi magari si viaggiava di cambiale in cambiale, ma già allora in quel mondo, l’immagine contava molto. Eh si,  se andavi a noleggiare una pellicola da chi era in cravatta, di sicuro eri alla Titanus, alla Twenty Century Fox o alla Paramount , ma lì i film erano: Soldato Blu, La classe operaia va in paradiso oppure Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli. Un altro segno di differenza era il contratto sempre su pregevole carta intestata, mentre le altre case di noleggio spesso usavano carta intestandola con un semplice timbro, naturalmente gli impiegati, pardon i titolari perché non c’erano gli impiegati, vestivano con maglioncini d’inverno o semplici magliette in estate.

Li conobbi Umberto Tozzi, era il fratello minore di Franco Tozzi cantante molto in voga in quegli anni, lui faceva il magazziniere alla SAC, una casa di noleggio di pubblicità cinematografica. Perché spesso dopo aver noleggiato la pellicola, dovevi andare a noleggiare i manifesti pubblicitari. Furono i fratelli Becchio, i noti sarti di Pancalieri, molto amici di mio padre a presentarmelo, accompagnavano spesso mio padre a Torino, anche perché poi sbrigavano loro commissioni. Simpaticissimi, si divertivano spesso a storpiare i nomi, così la Dear Film diventava la Diarrea film oppure La Medusa Cinematografica, diventava la Merdusa, vi lascio immaginare come era diventata la FIDA Cinematografica.

Era bello quell’ambiente, spesso ci si trovava anche fuori, ricordo al pranzo della mia prima comunione la presenza di qualcuno di loro, poi piano piano, con la chiusura dell’ Ideal quelle figure sono poco alla volta sfumate, non si andava più il mercoledi  t’la zona d’le cà di cine. Ora passo ma dove c’era la Titanus ci son degli uffici, un bar dove c’era la Metro, una palestra dove c’era la SAC. Nemmeno l’Hotel Rex è rimasto, li adesso c’è un agenzia immobiliare. E pensare che tante volte ho visto uscire da lì Nicola Arigliano io che lo conoscevo come quello del Digestivo Antonetto e che da appassionato jazzista, solo anni dopo ho scoperto che era un apprezzato cantante jazz

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I giorni della Liberazione

Si arriva al  giorno fatidico: la  Liberazione ! «Barbato», comandante dell’ottava zona, coi suoi partigiani della 4ª, 19ª e 103ª, venerdi 27 aprile 1945 entra in Torino dalla strada del Pino. La 105ª, dalla val Luserna, entra in Torino da piazza Bengasi, arrivando  dalla vallata a  Pancalieri. Ricordo, dopo averli salutati, la partenza da piazza nuova  sotto la pioggia a dirotto di alcuni camion, che proseguendo per la «Pancalera», dopo una breve sosta nelle cascine di Brillante, proseguirannno per Torino via Carignano, La Loggia, Moncalieri.

Nel contempo, si era costituito un posto di blocco in Pancalieri (all’incrocio via Pinerolo – via Carmagnola) armando alcuni pancalieresi che avevano il compito di fermare i so- spetti. Uno di questi, riconosciuto da qualcuno, dopo essere stato salvato a stento dal linciaggio dal capomastro Riviera, che disse di conoscerlo come un galantuomo, venne libera- to. Si seppe però in seguito che era un criminale fascista.

Il 28 aprile verso mezzogiorno, arrivano a Pancalieri i par-tigiani portando da Torino «L’Unità» e «Avanti!». «L’Unità» era già uscita il giorno prima solo a Torino come giornale murale. Sono i primi giornali dell’Italia democratica che giungono a Pancalieri. Inutile dire che le copie, anche se numerose, vanno a ruba nel giro di pochi minuti.

Domenica 29 aprile 1945: al pomeriggio decido con Ottavio Pochettino di andare ad una riunione dei socialisti di zona a Villafranca, organizzata come al solito da Renzo Pronino. È la prima che teniamo dopo la Liberazione e pertanto i partecipanti sono in numero maggiore. La riunione si tiene sempre al ristorante «Delfino».  Al ritorno trovo Pancalieri invasa dai tedeschi. Le due divisioni germaniche in ritirata (oltre trentamila uomini) comandate dal Gen. Sclemmer transitano nel nostro paese. Giro un pò dappertutto e non c’è cortile che non ne accolga; gli abitanti mantengono i nervi a posto, dando loro quello che chiedono – disponibilità permettendo – pensando che sarà l’ultima volta che vedranno questi invasori. Queste divisioni avrebbero bivaccato in paese per molte ore, poi nella notte avrebbero deciso di proseguire nel loro triste e crudele cammino. La strage di Garino non sarà l’ultima di questa soldataglia. A Grugliasco commetteranno un crimine più orrendo: 66 civilisaranno barbaramente uccisi. Poi proseguiranno la loro  marcia – meta per loro, provenienti da Genova e Savona – è di raggiungere il Brennero per arrendersi agli alleati, ma il loro progetto non si realizzerà, questo triste e crudele percorso per fortuna terminerà a Vercelli.

 

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I Triangoli rossi

 

Si tratta di una deportazione poco conosciuta perché quando arriva il 27 gennaio i giornali e la televisione parlano quasi esclusivamente della Shoah ebraica e all’interno di questa solo o quasi di Auschwitz.   In realtà  furono  circa 900.000 persone, tanti sono stati gli italiani che sono stati deportati in Germania o nei territori del Reich durante la Seconda guerra mondiale.

Di questi, ben 23.000 furono i deportati “politici”, i cosiddetti “Triangoli rossi”, Così venivano contraddistinte al loro arrivo nei Lager nazisti, quelle persone arrestate e deportate per “motivi politici”. Chi deportato per altri motivi venivano contrassegnato con triangoli di altri colori.
Il triangolo rosso era per i politici. ossia i resistenti, i partigiani, gli scioperanti, i sindacalisti, gli antifascisti. Dopo gli scioperi del marzo ’43 e del marzo ’44 ci furono molte deportazioni. Morirono poco più di 10.000 persone, il 40% circa. Finirono nei Kz (Campi di concentramento controllati dalle SS).

Tra di loro c’erano antifascisti, partigiani, scioperanti, fiancheggiatori della resistenza, ma anche renitenti alla leva, militari fascisti disertori, detenuti comuni, borsaneristi, sacerdoti che avevano aiutato la Resistenza, militari italiani sotto processo, chi aveva aiutato gli ebrei, profughi stranieri, ostaggi prelevati al posto del familiare partigiano, chi ascoltava Radio Londra. Come si vede era molto facile nell’Italia dall’8 settembre del ’43 all’aprile del ’45 finire in un campo di concentramento.

Migliaia di operai sono deportati dopo gli imponenti scioperi del febbraio-marzo ’44. C’è un legame tra la protesta operaia e l’incremento delle deportazioni. La deportazione è utilizzata anche come mezzo terroristico.

La maggior parte dei Triangoli rossi sono partigiani o fiancheggiatori della resistenza: nel ’44 i tedeschi definiscono l’appartenenza dei rastrellati nelle azioni di contro-guerriglia: per i partigiani fucilazione (se con armi) o deportazione, per i fiancheggiatori della resistenza il lager o il lavoro coatto e per i renitenti ai Bandi Graziani solo lavoro coatto. I Triangoli rossi finirono prevalentemente a Mauthausen (6500), Dachau (9500), Flossemburg (2500), Buchenwald (2500). Curiosamente gli  italiani si trovarono subito in grave disagio perché nei Kz tutti i posti di privilegio erano già stati presi da coloro che erano arrivati negli anni precedenti. Inoltre gli italiani agli occhi dei tedeschi erano traditori mentre agli occhi degli altri deportati erano tutti fascisti.

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Dumie n’andi

 

“Dumie n’andi”  (muoviamoci, svegliamoci) era il motto gridato da Gianduja al carnevale 1947 di Torino, voleva essere uno slogan per la rinascita del paese, dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Capeggiava all’ingresso del padiglione della fiera dei vini, che pensate un po’, era all’interno della attuale biblioteca nazionale (ex palazzo delle scuderie).

Tradizionalmente, la Fiera dei Vini si teneva in piazza Carlo Alberto; prima dell’ultima guerra, occupava tutta la piazza (il traffico veniva bloccato e le linee tranviarie che passavano per la piazza deviate); dal dopoguerra, si tenne all’interno del Palazzo delle Scuderie sgombrato dalle macerie lasciate dai bombardamenti fino al 1960; dall’anno successivo (1961), iniziando i lavori per la costruzione della Biblioteca nazionale all’interno dell’ex palazzo, venne spostata in via Verdi 32, ex sede del Consiglio di Leva; dagli anni 80, si trasferì con le giostre di piazza Vittorio al parco della Pellerina.

Curioso che tra le mie ricerche, appaia una copia del “Caval d’bruns” giornale satirico torinese, fondato da Enrico Gianeri, in arte GEC, famoso giornalista e vignettista. Curioso perché Gianduja, spesso con troppa faciloneria, viene indicato come la maschera amante del buon bere, del buon mangiare e della buona compagnia. In realta, considerando il periodo storico (primi dell’800) e la difficoltà con cui, informazione e satira potevano diffondersi, il burattino di Gianduja, creato dalla mente fertile di Giovanni Battista Sales e Gioacchino Bellone (di Racconigi) con la sua satira e ironia, era uno dei migliori veicoli per il nascente Risorgimento Italiano. Non a caso, fin dall’inizio, sul tricorno di Gianduja, c’è la coccarda tricolore. Con le sue parodie, la maschera piemontese stimolava spesso il parlamento Subalpino, prendendo in giro ora Cavour, Mazzini o D’Azeglio  I politici erano molto attenti al malcontento di Gianduja, che spesso rispecchiava quello del popolo. Questo era Gianduja allora, altro che una semplice maschera allegorica.

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Leo Lanfranco e i fratelli Carando

 

Durante la lotta partigiana, le figure dell’antifascismo che avevano anche subito arresti e carcere, dopo aver aderito, come si è già detto anche loro alle varie formazioni  partigiane, si dedicarono ad istruire noi giovani che  vissuti sotto il fascismo, di democrazia e libertà  sapevamo ben poco.  Nacquero i vari giornali clandestini e volantini  ciclostilati.   Il mio maestro fu Ottavio Pochettino, vecchio militante socialista, che mi portò  più volte con se alle riunioni  di zona, che il  Partito Socialista Italiano, allora P.S.I.U.P. teneva clandestinamente in una sala dell’albergo Delfino di Villafranca. Organizzatore era  l’indimenticabile Renzo  Pronino, diventato poi sindaco di quel comune, dopo la Liberazione.

L’albergo Delfino serviva anche ai comandanti partigiani per i loro incontri. Ed è proprio lì che la notte  del 5 febbraio 1945, la famigerata  banda dei  criminali  fascisti  di Novena, in seguito ad una spiata, della quale dirò meglio più avanti, cattura e tortura prima di  fucilare davanti al municipio, il comandante Leo Lanfranco ed i  fratelli  Carando.  La  spia, che avida  di denaro  per 30.000 lire, diecimila a persona, ha  fatto  trucidare i tre capi  partigiani era   una straccivendola  di Villafranca, di  nome Ottavia. Essa veniva anche  settimanalmente a Pancalieri, e si  faceva  sentire  col ritornello «gnune strasse», Catturata in seguito dai partigiani, venne giustiziata.

Allora sul torrente Pellice esisteva  un ponte di  legno, mai più ricostruito, che collegava con pochi chilometri Pancalieri a  Villafranca. La  manutenzione era  curata  dal «purtunè» di nome  Vincenzo  Tealdi, denominato, chissà perchè, Erode, quarantasettenne  originario di Villafranca, che  si faceva pagare il pedaggio  giorno e notte, poichè viveva in  una ba-racca sulla sponda dalla parte di Pancalieri. Purtroppo, dopo aver tenuto la bocca chiusa fino a quando i partigiani di «Milan» erano di stanza nelle cascine vicino al Pellice, si mise a spifferare, quando questi si trasferirono nell’astigiano

Il comando della polizia partigiana era nelle frazioni di Villafranca, e sovente gli appartenenti ai nuclei di polizia dei vari comuni, specie il nostro, transitavano sul ponte. Forse per motivi  dovuti alla sua ignoranza, quando passavano i partigiani, a loro diceva quando erano passati i tedeschi o fascisti e viceversa. Il «viceversa» gli costò la vita. Venne eliminato il 21-12-1944. Il suo corpo fu ritrovato in regione «Martina» il 24-3-1945. Ad aiutare il becchino  Solavaggione a disseppellirlo, andò anche mio padre; era una domenica sull’imbrunire.  Si diceva allora che avesse una relazione con la  straccivendola Ottavia, e che  questa  si sia vendicata con la spiata  sopra ricordata.

.  (Atto di morte n°31 del 25-3-45 del comune di Pancalieri).

Dal libro: La bottega del ciabattino” di Giovanni Senestro ed. Alzani.

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La Mille Miglia

Una domenica pomeriggio, con due amici, a parlare di automobilismo d’antan,  curiosando tra negativi, fotografie e file. Le foto, son quelle del mio archivio: Gran Premio del Valentino, Mille Miglia, Biella–Oropa, le classiche del dopoguerra. Gli amici sono Gigi Brandoli (figlio di Marino Brandoli, costruttore di automobili e pilota ) e Paolo Giusti, collezionisti e appassionati studiosi del mondo delle corse.   Così prendono vita le mie fotografie. Ad ogni immagine, un racconto, scopri che si riferiscono alla Mille Miglia del 1947, corsa che si disputava e si disputa con partenza e arrivo a Brescia, giungendo fino a Roma, per una distanza di circa 1.600 Km. Il lunghissimo percorso a forma di otto passava per Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Firenze, Siena, Viterbo, Roma, Terni, Perugia, Ancona, Pesaro, Rimini, Cesena, ancora Bologna, Ferrara, Rovigo, Padova, Treviso, Vicenza e Verona,

In due occasioni la corsa passò a Torino: nel 1947 e nel 1948, le foto sono del 1947, per la precisione il 22 giugno, il punto di controllo-rifornimento è situato in Corso Giulio Cesare, le vetture cominciano ad arrivare verso le 12,30. Ad attenderli come commissario; il conte Carlo Biscaretti di Ruffia, (fondatore del Museo dell’Automobile) con berrettino estivo e camiciotto bianco. Vincitore di quella edizione, Clemente Biondetti  su Alfa Romeo 8 cilindri 2900B  in coppia col bresciano Emilio Romano, Biondetti detiene il primato, tutt’ora imbattuto, di quattro vittorie alla Mille Miglia. Secondo assoluto il cinquantacinquenne Tazio Nuvolari, in coppia con Francesco Carena, su Cisitalia 202SMM 1100 di cilindrata, in testa fino ad Asti, venne fermato dalla pioggia, che cadde a dirotto nel tratto finale, bagnando l’impianto elettrico e allagando l’abitacolo.   Le piccole Cisitalia 1100 si aggiudicarono in quella edizione anche il terzo e quarto posto, rispettivamente con Bernabei-Pacini e Minetti-Facetti. Una curiosità, durante la chiacchierata tra un bicchiere di menta e le Camel di Gigi, scopro che Eugenio Minetti e figlio di Enrico Minetti. Amico di Vincenzo Lancia, Enrico Minetti lasciò nel 1910 la Pirelli (era Direttore Commerciale) per creare la Agenzia  commerciale dell’automobile. Il primo esempio di una rete di concessionarie automobilistiche ben presto aprirà agenzie  Lancia su tutto il territorio Italiano: con Milano, Bologna, Firenze, Roma, Padova e Bergamo. Nella seconda metà degli anni venti, il salto oltreoceano, con l’apertura di una  concessionaria Lancia a New York, primo agente ad operare per conto della casa torinese sul vasto territorio americano. Il resto come dico sempre… è storia di oggi. Rimane il fascino di queste storie e di queste belle fotografie.

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