Il fascino della Rubè

.appena inizio il tratto di pavè, foro e mi rialzo pensando sia finita, invece vedo a bordo strada, un omino, un tifoso col berretto della Mapei! Lì penso che se ha la ruota vado a vincere la Roubaix… E ce l’aveva, che sia benedetto. Cambio ruota in 40 secondi, riparto e duplico il vantaggio: è tutta adrenalina. Senza quella foratura, chissà, magari mi avrebbero ripreso.” Questo è il racconto di Andrea Tafi, corridore della Mapei, ultimo italiano a vincere nel 1999 la Parigi-Roubaix , la madre di tutte le corse ciclistiche.

Ebbene si, non si può resistere al fascino della Rube’, è come la finale dei campionati mondiali di calcio, anche se non ti piace, rimani lì, per vedere cosa succede e continui a ripeterti, ancora un minuto, ancora il prossimo tratto di pavè, vuoi vedere come fanno a stare sui sellini, mentre tutta la bicicletta vibra, lo distingui chiaramente l’equilibrismo del ciclista su questi tratti di strade di campagna, fatte di terra e blocchi di pietre, la polvere che si alza fin sopra gli occhi dei corridori col passaggio delle moto e delle auto della corsa, gli spettatori così vicini che spesso vengono urtati dai ciclisti, le forature, gli incidenti, poi di colpo si ritorna sull’asfalto, giusto il tempo per chi è alla tv, di bere un bicchier d’acqua, perché si ritorna su questo terribile acciottolato e di nuovo si ripete il rito adrenalinico, sono 27 i tratti di pavè che si alternano durante la corsa vanno dai 500 ai 3700 metri, per un totale di oltre 50 km, la corsa è lunga circa 260 km.

Nata nel 1896 alla sua prima edizione già fece discutere, gli organizzatori decisero di correrla la domenica di Pasqua, scatenando le ire della Chiesa francese, perché in quel giorno i fedeli attratti dalla corsa avrebbero saltato l’appuntamento con la Santa Messa.

Dopo la pausa dovuta alla grande guerra, la corsa riprese il 20 aprile 1919, la pioggia colse i corridori dopo un centinaio di chilometri, anticipata da un vento gelido che scendeva dal Baltico. Le gocce si riversarono sulla schiena dei corridori all’uscita del paese di Saint-Pol-sur-Ternoise,i lampi si riflettevano negli specchietti d’acqua di buche profonde metri, tra spettri di alberi bruciati, rimasugli di case, monconi di palazzi, mentre la desolazione di campi in cerca di coltivatori faceva da teatro a quei tre uomini in fuga, curvi sulle loro biciclette. Da una delle auto che li seguiva un giornalista scrisse sul suo taccuino “Questo è davvero l’inferno del Nord”. Da quel giorno la Parigi-Roubaix prese quell’appellativo, confermato ogni anno dagli organizzatori che vanno a cercare tratti di strada sempre più insidiosa.

E’ una corsa di altri tempi, con gli eroi del pedale dei nostri giorni, sta in questo il fascino della Rubè, molti hanno costruito o rafforzato la propria fama, come Coppi, Van Looy, Merckx, De Vlaeminck, Moser e più recentemente Fabian Cancellara e Tom Boonen, altri hanno preferito non rischiare di farsi male e non vi hanno mai partecipato come Indurain, Armstrong o Countador. C’è poi chi come il francese Hinault, che dopo aver vinto la corsa ebbe a dire: “Questa non è una corsa, è una porcheria”. Va detto che quel giorno, cadde sei volte sul pavè.

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Il numero 10

Usciva da casa con una latta di conserva vuota e la prendeva a calci, in strada. Destro e sinistro, collo, interno ed esterno. Destro e sinistro, collo, interno ed esterno. Gli amici lo sentivano a un chilometro di distanza e anche per questo gli affibbiarono il soprannome Tulen, barattolo in dialetto.

Non sto parlando di un campione di calcio sudamericano, sto parlando di Valentino Mazzola, probabilmente il numero 10 nella storia del calcio, quel numero a cui tutti si sono ispirati, n.10 erano Puskas, poi Pelè, Maradona, Platini, Baggio, Del Piero, Totti, fino a Dybala.

Chi si avvicina al calcio sin da bambino spera di portarlo sulle spalle. Il numero 10 sulla maglia, è infatti il più conteso, il più desiderato. Il perchè è facile da intuire: il 10 è sempre stato affidato al giocatore con più classe, il campione in grado di cambiare da solo le sorti della partita con una prodezza tecnica (l’origine del n. 7 di Cristiano Ronaldo è un altra storia).

Inventore dei numeri sulle maglie fu l’inglese Herbert Chapman, vero innovatore del calcio, ossessionato dalla visibilità del gioco, fu lui a inventare il pallone a spicchi bianco e nero al posto di quello in cuoio e fu lui che per fare riconoscere meglio in campo i calciatori, assegnò sulle maglie i numeri secondo le disposizioni in campo , da 1 a 11, era il 1928 si giocava Arsenal – Sheffield

Va detto che uno dei primi tentativi di dare una forma corale alle squadre di calcio, fu fatto in Inghilterra verso la fine del 1800, lo schema si chiamava Piramide, proprio perché come una piramide o triangolo, aveva il vertice nel portiere e la base nei cinque giocatori offensivi, tre mediani e due difensori completavano la squadra, fu il Blackburn ad utilizzarla, vincendo in quegli anni cinque coppe d’Inghilterra. Lo schema a Piramide venne utilizzato anche dalla Nazionale dell’Uruguay che in quegli anni vinse due Olimpiadi (1924 e 1928) e un mondiale (1930).

Con l’avvento di nuove regole anche gli schemi si modificarono e verso la fine degli anni venti mentre l’allenatore della Nazionale Italiana Vittorio Pozzo inventa lo schema a Metodo, in pratica con i giocatori schierati in campo tipo WM, in Inghilterra, l’allenatore dell’Arsenal Herbert Chapman inventa il “Sistema” che prevede uno schieramento in campo fatto a MW. Se i due schemi in apparenza hanno poche differenze, nella realtà sviluppano un modulo di gioco completamente opposto, più difensivistico il primo, più elegante e portato all’attacco il secondo. Vero che la Nazionale Italiana vinse due mondiali e un olimpiade in quegli anni, ma il più moderno ed elegante “Sistema” poco alla volta prese il sopravvento e nel dopoguerra il Grande Torino lo adottò, complice anche la bravura dei suoi interpreti fu un successo.

E parlando di interpreti, migliore di tutti sicuramente fu Valentino Mazzola, schierato come interno sinistro, seppe con il suo talento e carisma, diventare il vero e proprio leader della squadra e della Nazionale Italiana, esportando il calcio italiano anche in Sud America in quella fantastica tournè del 1948 dove i granata ebbero modo di farsi ammirare incontrando quattro squadre Brasiliane, da lì nacquero tutte le leggende dei numeri 10

«Ancora adesso, se debbo pensare al calciatore più utile ad una squadra, a quello da ingaggiare assolutamente, non penso a Pelé, a Di Stefano, a Cruijff, a Platini, a Maradona: o meglio, penso anche a loro, ma dopo avere pensato a Valentino Mazzola»
(Giampiero Boniperti )

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Arturo Ambrosio, il pioniere del Cinema, abitava a Pancalieri

Sfollato a Pancalieri nel 1943 non mollò mai la sua grande passione, collaborando con la Filodrammatica locale come regista in diverse opere teatrali

Arturo Ambrosio era il padre di Isabella, moglie dell’avvocato Roberto Clara, figura di spicco a Pancalieri, passò in seguito gli ultimi anni della sua vita nel nostro paese, dove morì il 25 marzo 1960.

Nato a Torino il 3 dicembre 1870 da Biagio e Isabella Craveri, una famiglia della piccola borghesia cittadina, preso il diploma da ragioniere, trovò lavoro come impiegato presso una piccola ditta di tessuti, ma la sua grande passione era la fotografia: “Faceva ritratti a tutti”. Dopo essere stato a lungo incerto sulle sue prospettive professionali, decise infine di seguire nel 1901 un corso di specializzazione a Basilea, e nel 1902, abbandonata l’azienda di tessuti dove lavorava, aprì un piccolo negozio di articoli ottici e fotografici nel centro di Torino, in via S. Teresa che divenne ben presto un luogo di incontro per nobili e borghesi e per fotoamatori. Divenne fornitore ufficiale di casa reale, a lui infatti i Savoia, misero a disposizione una stanza della foresteria nel castello di Racconigi e nella tenuta di Sant’Anna di Valdieri.

Sempre più incuriosito dai progressi della fotografia e della cinematografia, nel 1903 si recò a Parigi, dove nel 1895 era nato il cinema, grazie alla meravigliosa invenzione dei fratelli Lumiere. Tornò dalla capitale francese con una macchina da presa e si dedicò ai documentari “la prima corsa Susa-Moncenisio” fu il suo esordio, poi vennero altri successi. L’accoglienza entusiastica dei suoi documentari da parte del pubblico torinese, indusse l’Ambrosio ad abbandonare tutte le altre attività per dar vita nel 1905 ad una società di produzione cinematografica, la Film Ambrosio e C.

Il 1906 segnò l’inizio della produzione con trenta film drammatici, ventidue comiche e trentuno documentari girati per il mondo con la collaborazione di Roberto Omegna, nel 1907 la Ambrosio Film e C. venne sostituita dalla Società Anonima Ambrosio S.p.a., vennero scritturati i migliori attori del momento come Mary Cleo Tarlarini (la prima diva in assoluto del cinema italiano) Ernesto Vaser, Gigetta Morano. Lanciò attori divenuti poi famosi come il francese Marcel Fabre (Robinet) , dal piccolo teatro di posa costruito nel suo giardino di via Nizza, Ambrosio realizzò uno studio in via Catania e successivamente nel 1911 ingaggiò l’architetto Pietro Fenoglio per la realizzazione di un teatro di posa in via Mantova angolo lungo Dora Firenze, considerato tra i più avanzati d’Europa, che permetteva di raggiungere un ottimo livello di illusionismo cinematografico, producendo fino a dodici film al mese

Dopo il successo de: “Gli ultimi giorni di Pompei”, Ambrosio ottenne i diritti di rappresentazione cinematografica di tutte le opere di Gabriele D’Annunzio e vinse il I° premio al primo concorso mondiale di cinematografia con il film Nozze d’oro, nello stesso anno accettò l’invito dello zar Nicola, che desiderava creare anche in Russia una cinematografia nazionale, e vi realizzò numerose pellicole. Purtroppo, l’avvento della Prima guerra Mondiale, provocò un arresto della attività cinematografica, lo stabilimento dell’Ambrosio venne requisito dall’esercito per realizzare una fabbrica di materiale bellico, la crisi economica colpì anche il mondo del cinema, dopo aver prodotto altri film, tra cui Cenere con Eleonora Duse, nella sua unica apparizione cinematografica e il Fiacre n. 13 (girato in parte a Lombriasco) Ambrosio si trasferì a Roma, dove rimase fino al 1943, producendo altre pellicole, tra cui il “Quo Vadis”, infine abbandonò definitivamente il mondo del cinema.

In tutta la sua carriera cinematografica, realizzò 1478 film, sperimentando tutte le tecniche e tutte le possibilità espressive che il mezzo cinematografico offriva.

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Mussolini e Hitler, quella strana amicizia

L’ignoranza storica e il populismo, ci portano spesso  ad una delle  considerazioni più grossolane e sbagliate nella vita del nostro paese degli ultimi cento anni. Spesso, troppo spesso dopo la tipica frase: “ ci vorrebbe uno come lui” seguono le parole: “… ha sbagliato ad allearsi con Hitler…”.

In verità erano alleati perché erano uguali, Hitler inizialmente aveva una grande ammirazione per Mussolini, lo considerava il suo maestro politico, maestro di dittatura, tanto da copiarne le idee, il regime fascista si impose nel 1922, quello nazionalsocialista di Hitler ben undici anni dopo, ma già nel 1923 a capo del partito nazionalsocialista di Baviera, Hitler tentò un colpo di stato, poi fallito (il famoso Putsch di Monaco) emulando così la marcia su Roma. In un intervista rilasciata al giornalista di regime Leo Negrelli, nel 1925, Hitler riferendosi alla dittatura instaurata da Mussolini in Italia, la definiva: “modello da imitare in tutto e per tutto”.

Non si può quindi licenziare Benito Mussolini con l’unico errore di essersi alleato col Fuhrer e del resto, sarebbe una banalità considerare errori gli atti precedentemente compiuti dal Duce fin dal suo insediamento avvenuto con la marcia su Roma il 28 ottobre 1922 che trasformò l’Italia da stato democratico a regime totalitario.

In tutte le dittature, la cosa più pericolosa sono le masse, perché danno ai loro idoli la pericolosa illusione di essere come Dio…                                                          ma il popolo capisce sempre troppo tardi di aver preso una strada senza ritorno..”.

Credo che sia nella storia, il fascino dell’uomo forte, del condottiero che ti porta alla vittoria, dai tempi di Alessandro Magno fino a Napoleone, ma l’uomo solo al comando, ha un difetto: vuole rimanere solo al comando e per fare questo, ha bisogno di due cose: ottenere sempre più consenso e nel frattempo, combattere ogni forma di dissenso, a volte anche con l’eliminazione fisica dei dissidenti. Così accadde che Mussolini, insediatosi al governo nell’ottobre del 1922, iniziò con una serie di leggi adatte a tutelare sempre di più il fascismo, e contemporaneamente ad eliminare chi e cosa si opponevano a questo progetto. Nei Consigli Comunali, le figure del Sindaco, degli assessori e dei consiglieri, vennero sostituite con la figura del Podestà solitamente un notabile del posto, legato al regime fascista, non c’erano più voci e proposte diverse, ma dettava legge il Podestà.

Successivamente con l’abolizione della Camera dei Deputati e l’istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni risolveva definitivamente il problema della rappresentanza popolare, abolendola. In seguito, vennero messi fuori legge i partiti, i giornali e i sindacati di opposizione, era ammesso il solo sindacato fascista, venne vietato il diritto di sciopero e badate bene che il non rispettare queste leggi, voleva dire la galera o a volte persino il confino.

In mezzo a tutto questo, le continue guerre; l’appoggio ai golpisti durante la guerra di Spagna e poi le nuove campagne di colonizzazione che altro non erano che guerre di conquista, lasciavano sul terreno morte e distruzione, l’esempio più lampante quella che ancora viene ricordata come una grande vittoria del regime fascista: la conquista dell’Etiopia, erano i tempi in cui il fascismo rivendicava presso la Società delle Nazioni il famoso posto al sole. Bene in quella occasione, Mussolini non esitò, malgrado fosse sicuro della vittoria, ad autorizzare l’utilizzo delle armi chimiche, vennero sganciate 2.500 bombe caricate a Iprite, un gas letale che produceva vapori mortali e una pioggia di goccioline corrosive, che penetravano attraverso pelli e vestiti producendo piaghe e lesioni interne gravissime, questo attacco, per anni smentito, venne confermato nel 1996 dal ministro della Difesa Gen. Domenico Corcione, sbugiardando il gionalista Indro Montanelli, al tempo ufficiale in Etiopia, che dovette ammettere la verità. Per questo motivo l’aggressione dell’Italia all’Etiopia ebbe notevoli ripercussioni diplomatiche, la Comunità Internazionale decise di imporre sanzioni economiche alla nostra nazione, fu in questa fase che l’Italia si avvicinò alla Germania, diventata ormai una potenza tale che fece riconoscere a Mussolini che l’allievo aveva superato il maestro, legandolo a questo punto, indissolubilmente al destino del regime Nazista.

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Italo De Zan e la Milano-Torino

Tra le vittime di questi giorni a causa del Corona virus, c’è anche la figura di Italo De Zan, morto a Treviso all’età di 94 anni. La sua pedalata venne oscurata al tempo dai mostri sacri del ciclismo: Coppi e Bartali, con i quali condivideva un ottimo rapporto di amicizia,  con il secondo periodicamente si trovava a cena qua e là per l’Italia, avendo in comune con il mitico personaggio toscano, oltre che la passione per il ciclismo, anche uno spiccato amore per le raffinatezze della buona tavola”. De Zan, non diventò mai un campione, relegato troppo presto alla figura di gregario, tuttavia si prese qualche bella soddisfazione, come quella volta che alla Milano-Torino, al tempo considerata una delle classiche di apertura stagione, si aggiudicò la corsa davanti al compagno di squadra Giovanni Pinarello (che sarebbe poi diventato un famoso imprenditore di biciclette sportive). Era il 9 marzo 1947, titolano i giornali: “…come previsto, la corsa costituisce un banco di prova per i giovani…”.

E i giovani non si fanno scappare l’occasione per dimostrarlo, a Borgomanero il savonese Vincenzo Rossello va in fuga col compagno di squadra Guido De Santi soprannominato: “Il fuggitivo pazzo” , a Torino, all’ingresso del motovelodromo  i due  vengono  raggiunti da un gruppetto di inseguitori, spinti dalla forte pedalata di Italo De Zan, che in volata si aggiudicherà la corsa.

Oltre a questa, le principali vittorie da professionista furono una tappa al Giro d’Italia nel 1948,  la Sassari_Cagliari nel 1949. Fu terzo al Giro di Lombardia  nel 1947, quarto al Giro di Lombardia nel 1946 ed alla Milano-Sanremo del 1949

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La terra è di chi se la piglia!

Istria e Dalmazia, non sono regioni storicamente italiane, nelle ultime migliaia di anni, sono sempre state abitate da popolazioni di origine slava. Per molti secoli questi territori sono stati sotto il controllo del sacro romano impero prima, dell’impero Austriaco e poi dell’impero Austro Ungarico.                                                                                                                                        Nella seconda metà del XIX secolo, quando in Italia si proclamava l’unità nazionale e si combattevano le guerre di indipendenza, gli allora abitanti dell’Istria, così come anche quelli della Dalmazia, non se ne preoccuparono più di tanto, non insorsero contro gli Asburgo per unirsi alla nuova nazione guidata dai Savoia e questo perché non si sentivano parte della tradizione e della cultura italica, un discorso a parte va fatto per la città di Trieste la cui popolazione era per lo più di origini “venete”, per non dire veneziani, ma un unica città in un’intera regione non è sufficiente a definire l’identità regionale.                               

Passano gli anni, passa più di mezzo secolo, inizia la prima guerra mondiale, l’Italia vuole entrare in guerra ed espandere i propri possedimenti e l’unico possibile avversario abbastanza vicino e debole contro cui scontrarsi è l’impero austro-ungarico e come sappiamo l’Italia riesce ad accordarsi con Francia e Regno Unito per poter conquistare territori Austriaci. Di fatto la guerra degli italiani ha come fine ultimo la conquista di nuovi territori, tra cui appunto, Istria e Dalmazia. 

Agli inizi degli anni venti quindi, Istria e Dalmazia vengono occupate “illegalmente” da numerosi migranti italiani, tacitamente appoggiati dal governo, per lo più sono persone che conoscono quelle terre, la maggior parte erano migranti stagionali che già prima dell’unificazione si recavano periodicamente nei territori austro ungarici per lavorare soprattutto come operai, in miniere e nelle cave. Insomma, gli Italiani erano frequentatori/lavoratori abituali della regione da più di un secolo e tra la prima e la seconda guerra mondiale, molti migranti stagionali decisero di stabilirsi lì regolarmente, insomma, andarono lì e non tornarono più in Italia. Molti rimasero lì per varie ragioni, un po perché convinti che quelle terre fossero loro di diritto, un po perché quelle terre un tempo appartenevano alla corona asburgica, ma dopo la guerra la corona era caduta e fondamentalmente per il controllo delle terre vigeva la legge del più forte,“la terra è di chi se la piglia” e gli italiani se la presero senza troppi complimenti.

I problemi iniziano verso la metà degli anni venti, con la svolta fascista in Italia, e ancora di più con l’ascesa del Nazismo in Germania, negli anni trenta. Benito Mussolini in un discorso tenuto a Pola dice: Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini Italiani devono essere il Brennero, il Nevoso e le Alpi Dinariche, si, le Dinariche della Dalmazia dimenticata!…”

L’avvento delle ideologie di razza si tradusse in una rivendicazione totale di quei territori, ormai l’occupazione delle terre è totale ma gli italiani continuano ad arrivare in Istria e il governo fascista assegna loro terre che fino a quel momento erano state occupate dai locali, insomma, il governo fascista decide che determinati terreni debbano appartenere agli italiani e quindi, i non italiani che vivevano lì, vengono cacciati dalle proprie case e terre fondamentalmente con la forza, e questo è il primo di una serie di passi che per oltre vent’anni avrebbe alimentato il rancore nei confronti degli italiani che sarebbe esploso nel secondo dopoguerra

Nel 1939, un anno prima che l’Italia fosse gettata nella seconda guerra mondiale, le autorità fasciste della Venezia Giulia attuarono in segreto un censimento della popolazione di quelle terre annesse venti anni prima, accertando che in esse vivevano 607.000 persone, delle quali 265.000 italiani e cioè il 44%, e 342.000 slavi, ovvero il 56%. Una cifra notevole nonostante l’esodo degli ottantamila, nonostante che agli slavi fossero stati italianizzati i cognomi, fosse stato vietato di parlare la loro lingua, fossero state tolte le scuole e qualsiasi diritto nazionale. Nell’aprile del 1941 infine, si arrivò all’aggressione alla Jugoslavia seguita dall’occupazione di larghe regioni della Slovenia e della Croazia, dall’intero Montenegro e del Kosovo. Così l’Italia incorporò nel proprio territorio nazionale regioni abitate al 99% da sloveni e croati con una popolazione di oltre mezzo milione di persone che si aggiungevano al 342.000 già assogettati all’Italia ed al fascismo italiano da due decenni, una vera e propria Apartheid creata dagli Italiani.

Alle popolazioni locali l’idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani. Viene creata una rete di campi di concentramento dove sistemare le popolazioni deportate. Uno di questi campi sorge sull’isola di Arbe, nel golfo del Quarnero (oggi Rab, Croazia). considerato il peggior campo di concentramento italiano, dove vennero internati decine di migliaia di cittadini jugoslavi, soprattutto civili, donne e bambini. Un crimine che non ha mai trovato giustizia, vista la mancanza di una «Norimberga italiana» alla fine del conflitto; una pagina nera della nostra storia, che non ha mai avuto spazio nei manuali scolastici e nelle celebrazioni ufficiali.

C’è un’anomalia storica nel nostro paese, che riguarda la memoria della Seconda guerra mondiale. Per una serie di ragioni storiche, politiche, psicologiche, abbiamo rimosso gran parte dell’esperienza di conflitto precedente all’Armistizio dell’8 settembre 1943 e tutto il Ventennio precedente viene riscattato dall’esperienza partigiana. Sarebbe interessante invece, conoscere meglio il periodo che va dalla marcia su Roma alla nascita della R.S.I.

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Il mio amico Cinema

Sessanta anni dietro il proiettore cinematografico, l’evoluzione della settima arte, dai rischi per la pellicola infiammabile alla proiezione digitale, attraverso l’arrivo del sonoro, del cinemascope e del 70 mm.                                                                                                          Questa mia intervista a  Giuseppe Nicola, operatore cinematografico al Cinema Eden di None, è dedicata a tutti gli operatori cinematografici, che con la loro passione e il loro sacrificio, hanno fatto e continuano a fare sognare le generazioni.

 

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Io che ero un bambino nel 1945

Una interessante ricerca, fatta insieme ai ragazzi della Scuola Secondaria “Roberto Clara” di Pancalieri. Le paure per i rastrellamenti, le deportazioni, raccontate da chi allora era bambino.

Quando abbiamo aderito al progetto: “Io che ero un bambino nel 1945”, ci è sembrata attraente l’idea di partecipare alla realizzazione di una ricerca storica sui nostri paesi.                        Abbiamo intervistato anziani, uomini e donne, che nel 1945 erano bambini o ragazzi e ci hanno raccontato la loro esperienza vissuta negli anni della guerra. Si tratta perlopiù dei nostri nonni oppure, in qualche altro caso, di vicini di casa o concittadini che già conoscevamo e ai quali ci siamo rivolti fiduciosi di ricevere preziose informazioni.                                                    Durante l’ascolto quasi non riuscivamo a credere a ciò che stavamo sentendo per via degli orrori che da sempre si ripetono durante le guerre. Immaginavamo le scene nella nostra mente e siamo rimasti molto impressionati provando ad immedesimarci nei protagonisti e nelle loro emozioni. Abbiamo percepito tuttavia che dentro queste persone c’era gioia nel raccontare oltre che dolore nel ricordare quegli anni.                                                                                        Molti degli intervistati ci hanno ringraziato per averli ascoltati con tanta attenzione, in realtà siamo noi ascoltatori a doverli ringraziare per la disponibilità e la gentilezza dimostrate nel dedicarci un po’ del loro tempo.                                                                                           Da parte nostra noi ci siamo sforzati di fornire un resoconto lucido e obiettivo degli avvenimenti cercando di non cedere, come spesso succede, alla retorica e al sentimentalismo.                    Purtroppo ancora oggi nel mondo ci sono conflitti armati e questo ci fa sentire impotenti. Infatti attraverso lo studio della storia abbiamo imparato che quasi sempre nelle guerre non ci sono né vincitori né vinti, ma solo perdenti, perché da entrambe le parti a pagare sono sempre i più deboli mentre solo pochi riescono a trarre vantaggiosi profitti.

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Il Biennio rosso e la nascita del fascismo

L’Italia usciva dalla prima guerra mondiale, insoddisfatta, con uno stato d’animo ben diverso da quello del maggio 1915, Nell’immediato dopoguerra, la disoccupazione, la riconversione industriale da militare a civile, il ritorno dei reduci furono problemi giganteschi per il nostro paese. I ceti medi e le classi a reddito fisso furono particolarmente colpite dalla crisi economica, anche perché danneggiate più delle altre dall’inflazione causata dalle enormi spese militari e deluse a causa del mancato aumento degli stipendi. Il peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari (già duramente provate dalla guerra) fu la causa immediata dell’ondata di scioperi e di agitazioni, iniziata nella primavera del 1919, alla quale non rimase estranea nessuna categoria di lavoratori, sia nelle città sia nelle campagne e che coinvolse migliaia di persone, molte ispirate anche dalla rivoluzione sovietica

L’occasione delle elezioni politiche del 1919 dimostrò la voglia degli Italiani di cambiare, facendo registrare il crollo del Partito Liberale (da 300 a 200 eletti), il successo del Partito Socialista (da 48 a 156 deputati) e la buona affermazione del neonato Partito Popolare di Don Sturzo (che ebbe 100 deputati eletti). C’erano i numeri per poter fare un governo tra Partito Popolare e Partito Socialista, ma la diffidenza dei primi che temevano un ondata bolscevica e il rifiuto della corrente massimalista del Partito Socialista favorevole ad un ipotesi rivoluzionaria bloccarono sul nascere questa ipotesi, primo Ministro venne eletto Francesco Saverio Nitti, liberale, con un governo appoggiato dal Partito Popolare. Il malcontento continuava a crescere, tra il 1919 e il 1920, la classe operaia esplose con scioperi, dimostrazioni ed agitazioni a livelli impressionanti nelle fabbriche italiane, contro il taglio degli stipendi e le serrate.

Giolitti, che nel frattempo aveva succeduto al dimissionario Nitti nella carica di primo Ministro, preferì una politica attendista, favorendo il dialogo all’intervento della forza pubblica contro gli operai, favorì le trattative fra gli industriali e sindacati e, portò i primi a concedere ai lavoratori i miglioramenti di salario richiesti. Così all’inizio di ottobre del 1920 Giolitti riuscì a far accettare un compromesso tra le parti sociali. Le agitazioni operaie ebbero in conclusione risultati economici positivi: i lavoratori ottennero miglioramenti nel salario e nelle condizioni di lavoro; la durata massima della giornata lavorativa passò da 10-11 ore a 8 ore.

L’atteggiamento di Giolitti tuttavia fu visto dalla classe imprenditrice come un segno di debolezza e diede modo a quest’ultima di provvedere autonomamente alla propria sicurezza, di conseguenza armarono milizie private che diventarono la struttura del futuro squadrismo Di questa difficile situazione ne approfittò Benito Mussolini, ex socialista , espulso dal partito per la sua presa di posizione a favore dell’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale. Nel marzo 1919 Mussolini fondava a Milano i fasci Italiani, presentati come una delle tante iniziative volte a dar voce alle più estreme aspirazioni nazionalistiche e che miravano a contrastare anche con la violenza l’avanzata del “bolscevismo”. le sue idee divennero il punto di riferimento degli industriali e dei proprietari terrieri che vedevano in lui, la persona adatta a combattere il “pericolo comunista”. Lo squadrismo fù il passo successivo

Non ci fù mai storicamente il pericolo di una rivoluzione bolscevica, piuttosto la rivendicazione di diritti dei lavoratori, ma in quel settembre del 1920, la borghesia italiana visse quella che fu definita “la grande paura”, la paura di perdere tutto. Il biennio rosso fece comprendere ai capitalisti che le vecchie classi dirigenti liberali non erano più in grado di difendere i loro interessi. Occorreva allora sconfiggere definitivamente la classe operaia sul piano dei rapporti sociali puntando su un’alternativa politica e istituzionale. Il progetto per risollevare le fortune della borghesia sarebbe di lì a poco passato per la più nuova, oppressiva e inaudita forma di dominio politico che si fosse fino ad allora mai vista: il fascismo.

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