Giro ciclistico del Valentino 1947

 

Il 29 maggio di questo anno l’edizione n.° 99 del Giro d’Italia si concluderà a Torino, con uno spettacolare arrivo al parco del Valentino. Questo meraviglioso punto verde negli anni del dopoguerra vide le sfide tra Fausto Coppi e Gino Bartali, sempre perfettamente dirette dalla regia di Ruggero Radice (Raro), maestro del giornalismo, uno dei fondatori di Tuttosport. Era l’anno 1947, campione del mondo lo svizzero Hans Knecht

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Angelica

 

Sfogliando i vecchi borderò del cinema Ideal, ho potuto notare che anni prima dell’arrivo di Rocky, Harry Potter  o Guerre Stellari, c’era già chi aveva creato una saga cinematografica. Non mi riferisco a Sergio Leone, anzi a quei tempi, non aveva nemmeno terminato la sua prima (e secondo me, migliore) trilogia, e  non mi riferisco nemmeno ai Maciste o ai personaggi mitologici/borgatari dell’epoca.

C’era invece una donna molto più raffinata e sensuale, avventurosa, plurivedova, così bella da fare impazzire il Re Sole che la voleva come sua favorita, era lei,  Angelica, la meravigliosa Angelica, l’indomabile Angelica.

A cavallo della metà degli anni 60 una delle sex simbol del momento era Michelle Mercier, francese, nata a Nizza il 1° gennaio 1939, diceva spesso: La gente non parla dei miei 50 film, ma solo del personaggio di Angelica;  la differenza tra lei e me è che io non ho avuto nella vita un Joffrey De Peyrac” .

In effetti  Jocelyne Yvonne Renée Mercier, il nome Michelle, lo scelse in onore di Michelle Morgan, di film ne aveva gia fatti, ma fu il 1963 l’anno della sua consacrazione. Angelica è un personaggio molto popolare tra i lettori di romanzi, così si decide di trasportare il personaggio della  Contessa di Peyrac e Marchesa di Plessis-Bellière dai libri alla pellicola. Iniziano le selezioni e il produttore si trova in grandi difficoltà, perchè la scelta numero uno, la popolarissima Brigitte Bardot rifiuta la parte (salvo pentirsene amaramente in seguito). Anche Catherine Deneuve è inadatta al ruolo: troppo bionda, troppo delicata. Ad una ad una vengono scartate per vari motivi Annette Stroyberg (bella ma praticamente sconosciuta), Jane Fonda, Virna Lisi (che stava lavorando negli Usa). La scelta cade così sulla attrice nizzarda.

Il successo del primo film: Angelica (marchesa degli angeli)  uscito nel dicembre 1964 è impressionante, la storia di questa affascinante donna, figlia di un barone decaduto, e del suo travolgente amore con Jeoffrey de Peyrac ( Robert Hossein) coinvolgerà milioni di spettatori, in fretta e furia viene chiamato il regista Bernard Borderie per un sequel: Angelica alla corte del Re (1965) nei primi due film è presente Giuliano Gemma nella parte di Nicola, primo amore di Angelica. Nel 1966 esce: La meravigliosa Angelica, in cui ricompare Jeoffrey de Peyrac, che nel primo film era in procinto di salire sul rogo, studiata ad arte la scena, al punto da indurre gli spettatori ad attendere un altro sequel, che puntualmente arriva nel 1967 con: L’indomabile Angelica, film un po’ più deludente degli altri, sia per il cast che per la sceneggiatura, la storia si svolge quasi sempre in mare  e quindi vengono a mancare le atmosfere sfarzose di Versailles. Il 1968, anno di contestazioni e rivoluzioni, segnerà anche la fine di Angelica, per quanto l’ultimo della saga: Angelica e il gran sultano, risulti essere uno dei migliori, nella trama, si ritroverà col marito e insieme andranno a cercare i figli scomparsi dal primo film (sigh!) .

Insomma, un polpettone che così come Rocky piacque grazie ai muscoli, per Angelica potè contare sul fascino e sul prorompente fisico di Michelle Mercier che negli anni e nella sua vera vita, fu per lei fonte di gioia e di controverse storie d’amore, proprio come il personaggio che la resa famosa.

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I fascisti a Pancalieri

All’inizio il P.N.F.(Partito Nazionale Fascista) aveva la sede nell’attuale archivio comunale, con ingresso da sotto l’ala, (cioè dal lato verso la piazzetta delle scuole). Credo occupasse anche le camere adiacenti che davano sull’ala: in seguito, quando il comune decise di sopprimere l’ala per costruire nuovi vani, la sede del Fascio si spostò nei locali a fianco del teatro comunale, per poi ritornare nel 1937 nel palazzo comunale (sempre dallo stesso lato).

Ogni  tanto  arrivava  a  Pancalieri  il «federale», (segretario provinciale della federazione fascista) a  passare in  rassegna le forze del partito, o addirittura si faceva portare, – se era la stagione – una trebbiatrice in piazza e si metteva a trebbiare il grano davanti alla folla, naturalmente  per imitare  il Duce,  fotografato, e filmato a più riprese a torso nudo.

Si trattava soprattutto di pura propaganda elettorale. Al regime fascista non bastava più il 98,33 % di consensi, come nel 1929. Voleva il 100 %. I gerarchi  pancalieresi crearono addirittura un giornale locale, Non era un capolavoro di stampa, perché allora esisteva solo il ciclostile, e poi anche perché fu fatto in fretta e furia: porta la data di giovedi 8 marzo 1934, e il federale arrivò a Pancalieri il giorno dopo. Le elezioni plebiscitarie si svolsero domenica 25 marzo 1934. Saranno le ultime del regime fascista. Il «miracolo» si avvera: a Pancalieri 666 elettori su 671 aventi diritto al voto, (a quell’ epoca votavano solo gli uomini) votano compatti «SI», e nessuno si azzarda a votare no, per- ché le schede,  sono riconoscibilissime, soprattutto dall’esterno. Così solo 5 pancalieresi che la pensavano diversamente, preferirono non andare a votare, (forse dichiarandosi indisposti) per non incappare in ben più gravi conseguenze.

Non  mancavano  però già in quel periodo storielle nei confronti del regime, naturalmente venivano raccontate con la massima riservatezza.  Ne ricorderò una, tra le tante, che ha sapore…locale. Via delle Scuole, in quegli anni era illuminata solamente da due lampadine sistemate all’estremità della strada, a metà di questa – ove si restringe facendo gomito – (luogo abituale di ritrovo delle coppiette), un antifascista pensò bene di fare i suoi  bisogni,  mettendoci   sopra  un  foglio  con  la  scritta:  «Qui lascio, metà per il Duce e metà per il fascio», i fascistelli di allora, furibondi, obbligarono il comune a installare un punto luce in quell’angolo. Il «sovversivo»  (come venivano allora chiamati gli avversari del regime), tornò nuovamente a rifare ciò che aveva fatto in precedenza, modificando però il contenuto del biglietto, così: «Ora che c’è la luce, niente al fascio, tutto al Duce».

Qualcuno mi raccontò che non si trattava di barzelletta ma che il fatto fosse realmente accaduto.

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Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 18.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 7 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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La zona d’le cà di cine

Passo spesso da quelle parti, la zona d’le cà di cine era quella area identificata tra via Andrea Doria e via Pomba. Lì fin dagli anni ’50 erano collocate le case di noleggio cinematografiche, lì girava tutto il businnes del cinema in in Piemonte. Mio padre, il ciabattino che esordi operatore cinematografico nel 1942 per poi diventare gestore cinematografico nel 1966, andava in quella zona ogni mercoledi, li preparava la programmazione cinematografica, ritirava e riconsegnava le pellicole cinematografiche, le famose “pizze” chiuse in scatole di alluminio, ogni pizza durava 15 minuti un film normalmente era di 90 minuti, quindi 6 pizze, considerato che ogni settimana venivano proiettati almeno due film e che noi eravamo dotati di una vecchia 500, vi lascio immaginare come si stava in macchina, specialmente quando si andavano a ritirare i film kolossal, quelli che durano 3 o 4 ore.

Quanti personaggi son passati sotto i miei occhi mentre da bambino crescevo, fino a diventare ragazzo e a guidare io la mitica 500, fu quello, il 1978 l’ultimo anno di vita per il glorioso cinema Ideal di Pancalieri, l’avvento delle tv locali e dei videoregistratori, dettero un duro colpo alle casse dei piccoli locali di paese.  Però come ricordo queste persone, tutte che mi volevano bene, mi avevano visto crescere, venivano spesso a Pancalieri, erano gli anni in cui i contratti si facevano con una stretta di mano, la carta era solo un proforma, spesso serviva per mandare i saluti.

La Metro Goldwyn Mayer quella si era formale nei suoi contratti, addirittura per il film Ben Hur uscì un contratto personalizzato con condizioni particolari, formali erano pure gli impiegati, tutti impettiti e incravattati anche ad agosto, e allora non c’erano tanti condizionatori.

Ecco cravatte e profumi sono i ricordi che più spesso lego a quei personaggi, poi magari si viaggiava di cambiale in cambiale, ma già allora in quel mondo, l’immagine contava molto. Eh si,  se andavi a noleggiare una pellicola da chi era in cravatta, di sicuro eri alla Titanus, alla Twenty Century Fox o alla Paramount , ma lì i film erano: Soldato Blu, La classe operaia va in paradiso oppure Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli. Un altro segno di differenza era il contratto sempre su pregevole carta intestata, mentre le altre case di noleggio spesso usavano carta intestandola con un semplice timbro, naturalmente gli impiegati, pardon i titolari perché non c’erano gli impiegati, vestivano con maglioncini d’inverno o semplici magliette in estate.

Li conobbi Umberto Tozzi, era il fratello minore di Franco Tozzi cantante molto in voga in quegli anni, lui faceva il magazziniere alla SAC, una casa di noleggio di pubblicità cinematografica. Perché spesso dopo aver noleggiato la pellicola, dovevi andare a noleggiare i manifesti pubblicitari. Furono i fratelli Becchio, i noti sarti di Pancalieri, molto amici di mio padre a presentarmelo, accompagnavano spesso mio padre a Torino, anche perché poi sbrigavano loro commissioni. Simpaticissimi, si divertivano spesso a storpiare i nomi, così la Dear Film diventava la Diarrea film oppure La Medusa Cinematografica, diventava la Merdusa, vi lascio immaginare come era diventata la FIDA Cinematografica.

Era bello quell’ambiente, spesso ci si trovava anche fuori, ricordo al pranzo della mia prima comunione la presenza di qualcuno di loro, poi piano piano, con la chiusura dell’ Ideal quelle figure sono poco alla volta sfumate, non si andava più il mercoledi  t’la zona d’le cà di cine. Ora passo ma dove c’era la Titanus ci son degli uffici, un bar dove c’era la Metro, una palestra dove c’era la SAC. Nemmeno l’Hotel Rex è rimasto, li adesso c’è un agenzia immobiliare. E pensare che tante volte ho visto uscire da lì Nicola Arigliano io che lo conoscevo come quello del Digestivo Antonetto e che da appassionato jazzista, solo anni dopo ho scoperto che era un apprezzato cantante jazz

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I giorni della Liberazione

Si arriva al  giorno fatidico: la  Liberazione ! «Barbato», comandante dell’ottava zona, coi suoi partigiani della 4ª, 19ª e 103ª, venerdi 27 aprile 1945 entra in Torino dalla strada del Pino. La 105ª, dalla val Luserna, entra in Torino da piazza Bengasi, arrivando  dalla vallata a  Pancalieri. Ricordo, dopo averli salutati, la partenza da piazza nuova  sotto la pioggia a dirotto di alcuni camion, che proseguendo per la «Pancalera», dopo una breve sosta nelle cascine di Brillante, proseguirannno per Torino via Carignano, La Loggia, Moncalieri.

Nel contempo, si era costituito un posto di blocco in Pancalieri (all’incrocio via Pinerolo – via Carmagnola) armando alcuni pancalieresi che avevano il compito di fermare i so- spetti. Uno di questi, riconosciuto da qualcuno, dopo essere stato salvato a stento dal linciaggio dal capomastro Riviera, che disse di conoscerlo come un galantuomo, venne libera- to. Si seppe però in seguito che era un criminale fascista.

Il 28 aprile verso mezzogiorno, arrivano a Pancalieri i par-tigiani portando da Torino «L’Unità» e «Avanti!». «L’Unità» era già uscita il giorno prima solo a Torino come giornale murale. Sono i primi giornali dell’Italia democratica che giungono a Pancalieri. Inutile dire che le copie, anche se numerose, vanno a ruba nel giro di pochi minuti.

Domenica 29 aprile 1945: al pomeriggio decido con Ottavio Pochettino di andare ad una riunione dei socialisti di zona a Villafranca, organizzata come al solito da Renzo Pronino. È la prima che teniamo dopo la Liberazione e pertanto i partecipanti sono in numero maggiore. La riunione si tiene sempre al ristorante «Delfino».  Al ritorno trovo Pancalieri invasa dai tedeschi. Le due divisioni germaniche in ritirata (oltre trentamila uomini) comandate dal Gen. Sclemmer transitano nel nostro paese. Giro un pò dappertutto e non c’è cortile che non ne accolga; gli abitanti mantengono i nervi a posto, dando loro quello che chiedono – disponibilità permettendo – pensando che sarà l’ultima volta che vedranno questi invasori. Queste divisioni avrebbero bivaccato in paese per molte ore, poi nella notte avrebbero deciso di proseguire nel loro triste e crudele cammino. La strage di Garino non sarà l’ultima di questa soldataglia. A Grugliasco commetteranno un crimine più orrendo: 66 civilisaranno barbaramente uccisi. Poi proseguiranno la loro  marcia – meta per loro, provenienti da Genova e Savona – è di raggiungere il Brennero per arrendersi agli alleati, ma il loro progetto non si realizzerà, questo triste e crudele percorso per fortuna terminerà a Vercelli.

 

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I Triangoli rossi

 

Si tratta di una deportazione poco conosciuta perché quando arriva il 27 gennaio i giornali e la televisione parlano quasi esclusivamente della Shoah ebraica e all’interno di questa solo o quasi di Auschwitz.   In realtà  furono  circa 900.000 persone, tanti sono stati gli italiani che sono stati deportati in Germania o nei territori del Reich durante la Seconda guerra mondiale.

Di questi, ben 23.000 furono i deportati “politici”, i cosiddetti “Triangoli rossi”, Così venivano contraddistinte al loro arrivo nei Lager nazisti, quelle persone arrestate e deportate per “motivi politici”. Chi deportato per altri motivi venivano contrassegnato con triangoli di altri colori.
Il triangolo rosso era per i politici. ossia i resistenti, i partigiani, gli scioperanti, i sindacalisti, gli antifascisti. Dopo gli scioperi del marzo ’43 e del marzo ’44 ci furono molte deportazioni. Morirono poco più di 10.000 persone, il 40% circa. Finirono nei Kz (Campi di concentramento controllati dalle SS).

Tra di loro c’erano antifascisti, partigiani, scioperanti, fiancheggiatori della resistenza, ma anche renitenti alla leva, militari fascisti disertori, detenuti comuni, borsaneristi, sacerdoti che avevano aiutato la Resistenza, militari italiani sotto processo, chi aveva aiutato gli ebrei, profughi stranieri, ostaggi prelevati al posto del familiare partigiano, chi ascoltava Radio Londra. Come si vede era molto facile nell’Italia dall’8 settembre del ’43 all’aprile del ’45 finire in un campo di concentramento.

Migliaia di operai sono deportati dopo gli imponenti scioperi del febbraio-marzo ’44. C’è un legame tra la protesta operaia e l’incremento delle deportazioni. La deportazione è utilizzata anche come mezzo terroristico.

La maggior parte dei Triangoli rossi sono partigiani o fiancheggiatori della resistenza: nel ’44 i tedeschi definiscono l’appartenenza dei rastrellati nelle azioni di contro-guerriglia: per i partigiani fucilazione (se con armi) o deportazione, per i fiancheggiatori della resistenza il lager o il lavoro coatto e per i renitenti ai Bandi Graziani solo lavoro coatto. I Triangoli rossi finirono prevalentemente a Mauthausen (6500), Dachau (9500), Flossemburg (2500), Buchenwald (2500). Curiosamente gli  italiani si trovarono subito in grave disagio perché nei Kz tutti i posti di privilegio erano già stati presi da coloro che erano arrivati negli anni precedenti. Inoltre gli italiani agli occhi dei tedeschi erano traditori mentre agli occhi degli altri deportati erano tutti fascisti.

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