I campi di concentramento del Duce

C’è un’anomalia storica nel nostro paese, che riguarda la memoria della Seconda guerra mondiale. Per una serie di ragioni storiche, politiche, psicologiche, abbiamo rimosso gran parte dell’esperienza di conflitto precedente all’Armistizio dell’8 settembre 1943 e tutto il Ventennio precedente viene riscattato dall’esperienza partigiana. Sarebbe interessante invece, conoscere meglio il periodo che va dalla marcia su Roma alla nascita della R.S.I.

Ad esempio, una delle tante storie rimosse che emergono con grande difficoltà, è quella della pulizia etnica italiana, perpetrata ai danni della popolazione balcanica ai tempi di Mussolini, che vide come registi l’alto commissario fascista di Lubiana Emilio Grazioli e i generali Mario Robotti e Mario Roatta

Il 6 aprile 1941 l’esercito italiano e quello nazista invadono la Jugoslavia. Mentre la Serbia viene occupata dai nazisti e la Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa provincia di Lubiana) e Germania, l’esercito Italiano si prende la Croazia il 18 maggio Aimone di Savoia, diventa re di Croazia, con il collaborazionista Ante Pavelic come primo ministro. Alle popolazioni locali l’idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani.

Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, Roatta e Grazioli fanno circondare Lubiana con reticolati di filo spinato: la cittа diventa così un immenso campo di concentramento. Robotti spiega al Duce il suo “metodo deciso”: “Gli uomini sono nulla”, e comunica la sua intenzione di “arrestare in blocco gli studenti di Lubiana”. I rastrellamenti sono operati dai Granatieri di Sardegna. Il generale Orlando, comandante della divisione, prevede lo sgombero delle persone “prescindendo dalla loro colpevolezza”.

In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta la deportazione della popolazione slovena. “In questo caso scrisse si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all’interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana”.

Il generale Mario Roatta, comandante della II^ armata italiana in Jugoslavia, che nella Circolare del 1° dicembre 1942 aveva disposto di fucilare non soltanto tutte le persone trovate con le armi ma anche chi imbrattava le sue ordinanze e chi sostava nei pressi di opere d’arte, aveva deciso di considerare corresponsabili degli atti di sabotaggio anche le persone abitanti nelle case vicine.

I campi di concentramento e deportazione creati dagli italiani furono almeno 31 (a Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, ecc.), disseminati dall’Albania all’Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall’isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonarse Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Gli internati furono più di 100.000 soprattutto sloveni e croati (ma anche “zingari” ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne, bambini. Solo nei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Migliaia di morti nel lager di Arbe in Dalmazia,

Questo massacro durò fino all’otto settembre 1943, con l’Armistizio scatta, per i tedeschi, l'”Operazione Achse”, intesa a bloccare ogni iniziativa italiana arrestando i maggiori comandanti e disarticolando tutta la rete dei collegamenti sia con l’Italia sia all’interno delle unità. Ogni reparto, ogni uomo reagisce a modo proprio, chi si arrende ai tedeschi, chi scappa e chi si allea coi Partigiani Jugoslavi di Josif Broz (Tito) .

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Sono un curioso del XX secolo
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