Mario, il Pancalierese che giocava con Bettega

Mario aveva da poco compiuto dieci anni, e come tutti noi Pancalieresi giocava a calcio sulla piazza del paese, piazza san Nicolao, per tutti piazza Nuova era il nostro Maracanà, tornei, campionati, sfide su quel campo improvvisato fatto di terra e pietre, con maglie e zaini a delimitare le porte.    Mario giocava lì, in quell’estate del 1960, con lui, Lino Ferrero, Franco Garetto, Pio Cimolino e molti altri, incantava tutti coi suoi dribbling, incantava in particolare Gabriele Ferrero il titolare del consorzio agrario che c’era sulla piazza, appassionato di calcio e grande osservatore, fu lui a dire al padre di Mario: “Sai tuo figlio gioca bene a calcio, ha buona tecnica e fantasia, perché non lo porti alle selezioni della Juventus?”  Il papà in realtà era un grande appassionato di motociclismo, non gli interessava il calcio, destino volle che però accompagnando suo figlio e amici allo stadio Comunale di Torino, poco prima di una partita, lo speacker annunciò che per il sabato successivo la Juventus avrebbe fatto le selezioni per la squadra dei ragazzi, come tirarsi indietro a questo punto.   Poco importava a Mario Bonaudi se quel sabato 17 settembre 1960 fosse il sabato della festa del paese, poco gli importava non esser presente ai giochi della festa Patronale, lui, insieme all’amico Lino Ferrero, erano là allo stadio Comunale di Torino con oltre 100 ragazzi pronti alle selezioni.

A quei tempi, Umberto Agnelli Presidente della Federazione Nazionale Giuoco Calcio, aveva creato il Nacg ovvero il Nucleo di addestramento dei giovani calciatori, per ragazzi dai 10 ai 14 anni. Presidente fu’ messo Silvio Piola, per la Juve il responsabile era invece Mario Pedrale, parliamo della fine degli anni 50 , piu’ precisamente il 1958, Pedrale era stimato da tutti nel settore, in un’intervista a Hurra’ Juventus nel 65 Pedrale parla del Nagc: “il settore giovanile della Juventus ha in forza ragazzi delle classi dal 1950 al 1954 , i ragazzini vengono scelti dopo un provino solitamente al sabato pomeriggio e successivamente avviati a diventare dei calciatori , insegnandogli sia la tecnica di base che migliorandoli fisicamente, lo scopo è quello di creare un vivaio ed evitare che il club vada a spendere soldi per prendere giocatori da fuori Torino o fuori dal Piemonte quando magari in casa ne ha di piu’ bravi”.

Quel sabato ne selezionarono due, Mario Bonaudi era tra quelli, con lui un altro ragazzino, Roberto Bettega, una partitella di un quarto d’ora, sufficiente per valutarne le qualità, Mario da una parte, Roberto e Lino dall’altra (va ricordato che a Lino Ferrero venne chiesto di ritornare il sabato successivo, piaceva e quindi i selezionatori lo volevano rivedere, ma purtroppo, i genitori che gestivano un bar non lo potevano riaccompagnare e così sfumò sul nascere questa grande occasione, altri tempi!). “Le faremo sapere, ci lasci il numero di telefono” ma i Bonaudi, come del resto quasi tutti i Pancalieresi a quell’epoca non avevano il telefono in casa, lasciarono il numero telefonico del Bar Ristorante La Posta. Toccò quindi, al titolare del bar Gianfranco Garavelli, comunicare qualche giorno dopo al papà di Mario che suo figlio “era stato preso nella Juve”. E così iniziò la sua avventura, giocava nella squadra dei suoi sogni, al tempo poi i ragazzi di Pedrale, oltre ad essere scelti come raccattapalle della squadra ufficiale, facevano sempre una sorta di avanspettacolo prima della partita della prima squadra, capitava così di giocare davanti a migliaia di spettatori. Era un attaccante, con Bettega creava una splendida coppia, diventarono amici e per anni trionfarono in tornei e campionati in giro per l’Italia.

Raggiunta la maggiore età, firmò il suo primo contratto per la squadra bianconera, con un ingaggio annuale per allora di 360 mila lire, allenato da Ercole Rabitti, passò alla squadra De Martino (l’attuale primavera), ma quando l’allenatore venne chiamato in prima squadra a sostituire Louis Carniglia, Mario, (considerato non ancora maturo per la serie A) perse il suo mentore, il suo motivatore, Ercole Rabitti era per lui molto più di un allenatore, considerando che Mario aveva perso suo padre poco tempo prima, e l’allontanarsi da questo personaggio non gli giovò di certo.  Venne quindi ceduto per fare esperienza all’Aosta in serie D, di quel periodo, racconta Bonaudi: “ avevo trovato un lavoro in banca a Torino, tre volte la settimana, partivo con la mia cinquecento per andare ad allenarmi ad Aosta, era dura, specialmente in inverno, dopo una giornata di lavoro fare Torino – Aosta, allenarsi e poi tornare a Pancalieri”.

Fu probabilmente questo il motivo che lo spinse a cercare il suo futuro nel mondo finanziario, dedicando al calcio solo la passione e l’impegno a livello dilettantistico, deliziandoci ancora per molto tempo, lo chiamavano Brazil, per via dei suoi dribbling, soprannome che quando tornò a giocare nel Pancalieri, coi suoi vecchi amici, si tramutò in sciabolare, per via del suo modo di dire in campo. Mario è sempre stato un tipo elegante, sul terreno di gioco e nella vita, racconta l’amico Lino Ferrero: a differenza di tutti noi, arrivava nello spogliatoio col suo cappotto color cammello, appoggiato vicino ai nosti indumenti, regolarmente a fine partita dopo fango, sudore e docce, diventava impresentabile, ma lui lo vestiva sempre con eleganza, Bond, lo chiamavamo Bond”.

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Sono un curioso del XX secolo
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