Il fascino della Rubè

.appena inizio il tratto di pavè, foro e mi rialzo pensando sia finita, invece vedo a bordo strada, un omino, un tifoso col berretto della Mapei! Lì penso che se ha la ruota vado a vincere la Roubaix… E ce l’aveva, che sia benedetto. Cambio ruota in 40 secondi, riparto e duplico il vantaggio: è tutta adrenalina. Senza quella foratura, chissà, magari mi avrebbero ripreso.” Questo è il racconto di Andrea Tafi, corridore della Mapei, ultimo italiano a vincere nel 1999 la Parigi-Roubaix , la madre di tutte le corse ciclistiche.

Ebbene si, non si può resistere al fascino della Rube’, è come la finale dei campionati mondiali di calcio, anche se non ti piace, rimani lì, per vedere cosa succede e continui a ripeterti, ancora un minuto, ancora il prossimo tratto di pavè, vuoi vedere come fanno a stare sui sellini, mentre tutta la bicicletta vibra, lo distingui chiaramente l’equilibrismo del ciclista su questi tratti di strade di campagna, fatte di terra e blocchi di pietre, la polvere che si alza fin sopra gli occhi dei corridori col passaggio delle moto e delle auto della corsa, gli spettatori così vicini che spesso vengono urtati dai ciclisti, le forature, gli incidenti, poi di colpo si ritorna sull’asfalto, giusto il tempo per chi è alla tv, di bere un bicchier d’acqua, perché si ritorna su questo terribile acciottolato e di nuovo si ripete il rito adrenalinico, sono 27 i tratti di pavè che si alternano durante la corsa vanno dai 500 ai 3700 metri, per un totale di oltre 50 km, la corsa è lunga circa 260 km.

Nata nel 1896 alla sua prima edizione già fece discutere, gli organizzatori decisero di correrla la domenica di Pasqua, scatenando le ire della Chiesa francese, perché in quel giorno i fedeli attratti dalla corsa avrebbero saltato l’appuntamento con la Santa Messa.

Dopo la pausa dovuta alla grande guerra, la corsa riprese il 20 aprile 1919, la pioggia colse i corridori dopo un centinaio di chilometri, anticipata da un vento gelido che scendeva dal Baltico. Le gocce si riversarono sulla schiena dei corridori all’uscita del paese di Saint-Pol-sur-Ternoise,i lampi si riflettevano negli specchietti d’acqua di buche profonde metri, tra spettri di alberi bruciati, rimasugli di case, monconi di palazzi, mentre la desolazione di campi in cerca di coltivatori faceva da teatro a quei tre uomini in fuga, curvi sulle loro biciclette. Da una delle auto che li seguiva un giornalista scrisse sul suo taccuino “Questo è davvero l’inferno del Nord”. Da quel giorno la Parigi-Roubaix prese quell’appellativo, confermato ogni anno dagli organizzatori che vanno a cercare tratti di strada sempre più insidiosa.

E’ una corsa di altri tempi, con gli eroi del pedale dei nostri giorni, sta in questo il fascino della Rubè, molti hanno costruito o rafforzato la propria fama, come Coppi, Van Looy, Merckx, De Vlaeminck, Moser e più recentemente Fabian Cancellara e Tom Boonen, altri hanno preferito non rischiare di farsi male e non vi hanno mai partecipato come Indurain, Armstrong o Countador. C’è poi chi come il francese Hinault, che dopo aver vinto la corsa ebbe a dire: “Questa non è una corsa, è una porcheria”. Va detto che quel giorno, cadde sei volte sul pavè.

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Sono un curioso del XX secolo
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