Il numero 10

Usciva da casa con una latta di conserva vuota e la prendeva a calci, in strada. Destro e sinistro, collo, interno ed esterno. Destro e sinistro, collo, interno ed esterno. Gli amici lo sentivano a un chilometro di distanza e anche per questo gli affibbiarono il soprannome Tulen, barattolo in dialetto.

Non sto parlando di un campione di calcio sudamericano, sto parlando di Valentino Mazzola, probabilmente il numero 10 nella storia del calcio, quel numero a cui tutti si sono ispirati, n.10 erano Puskas, poi Pelè, Maradona, Platini, Baggio, Del Piero, Totti, fino a Dybala.

Chi si avvicina al calcio sin da bambino spera di portarlo sulle spalle. Il numero 10 sulla maglia, è infatti il più conteso, il più desiderato. Il perchè è facile da intuire: il 10 è sempre stato affidato al giocatore con più classe, il campione in grado di cambiare da solo le sorti della partita con una prodezza tecnica (l’origine del n. 7 di Cristiano Ronaldo è un altra storia).

Inventore dei numeri sulle maglie fu l’inglese Herbert Chapman, vero innovatore del calcio, ossessionato dalla visibilità del gioco, fu lui a inventare il pallone a spicchi bianco e nero al posto di quello in cuoio e fu lui che per fare riconoscere meglio in campo i calciatori, assegnò sulle maglie i numeri secondo le disposizioni in campo , da 1 a 11, era il 1928 si giocava Arsenal – Sheffield

Va detto che uno dei primi tentativi di dare una forma corale alle squadre di calcio, fu fatto in Inghilterra verso la fine del 1800, lo schema si chiamava Piramide, proprio perché come una piramide o triangolo, aveva il vertice nel portiere e la base nei cinque giocatori offensivi, tre mediani e due difensori completavano la squadra, fu il Blackburn ad utilizzarla, vincendo in quegli anni cinque coppe d’Inghilterra. Lo schema a Piramide venne utilizzato anche dalla Nazionale dell’Uruguay che in quegli anni vinse due Olimpiadi (1924 e 1928) e un mondiale (1930).

Con l’avvento di nuove regole anche gli schemi si modificarono e verso la fine degli anni venti mentre l’allenatore della Nazionale Italiana Vittorio Pozzo inventa lo schema a Metodo, in pratica con i giocatori schierati in campo tipo WM, in Inghilterra, l’allenatore dell’Arsenal Herbert Chapman inventa il “Sistema” che prevede uno schieramento in campo fatto a MW. Se i due schemi in apparenza hanno poche differenze, nella realtà sviluppano un modulo di gioco completamente opposto, più difensivistico il primo, più elegante e portato all’attacco il secondo. Vero che la Nazionale Italiana vinse due mondiali e un olimpiade in quegli anni, ma il più moderno ed elegante “Sistema” poco alla volta prese il sopravvento e nel dopoguerra il Grande Torino lo adottò, complice anche la bravura dei suoi interpreti fu un successo.

E parlando di interpreti, migliore di tutti sicuramente fu Valentino Mazzola, schierato come interno sinistro, seppe con il suo talento e carisma, diventare il vero e proprio leader della squadra e della Nazionale Italiana, esportando il calcio italiano anche in Sud America in quella fantastica tournè del 1948 dove i granata ebbero modo di farsi ammirare incontrando quattro squadre Brasiliane, da lì nacquero tutte le leggende dei numeri 10

«Ancora adesso, se debbo pensare al calciatore più utile ad una squadra, a quello da ingaggiare assolutamente, non penso a Pelé, a Di Stefano, a Cruijff, a Platini, a Maradona: o meglio, penso anche a loro, ma dopo avere pensato a Valentino Mazzola»
(Giampiero Boniperti )

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Sono un curioso del XX secolo
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