La strage di Villarbasse

E’ la sera del 20 novembre 1946, nella cascina Simonetto, poco fuori Villarbasse, il proprietario: l’avvocato Massimo Gianoli, 65 anni, facoltoso e buona persona, sta cenando, con lui la cameriera  Teresa Delfino, il mezzadro Antonio Ferrero con la moglie Anna Varetto, Fiorina Marfiotto, Rosa Martinoli e Renato Morra genero del Ferrero, appena tornato dall’ospedale dove sua moglie da poche ore ha partorito. il bracciante Marcellino Gastaldi, e i mariti delle due domestiche: Gregorio Doleatto e Domenico Rosso. All’improvviso entrano quattro individui mascherati, armati di pistola, è una rapina, la guerra è appena finita, c’è fame e disperazione, la gente per riscaldar le case va di notte ad abbattere gli alberi dei corsi e delle piazze, tutto quindi potrebbe finire con un grosso spavento se non fosse che Rosa Martinoli riconosce uno dei rapinatori; è la fine ! I banditi portano gli ostaggi in cantina e li uccidono a sprangate, poi legano i piedi ad ognuno di loro e li buttano in una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, quindi vanno in cucina, mangiano e filano via portandosi dietro 48 mila lire a testa e una dozzina di salami, lasciano la luce accesa, sul divano, un bimbo di tre anni continua a dormire, lo hanno risparmiato.    La strage è avvenuta tra le 20 e le 22, al mattino il garzone che come ogni giorno si reca a prelevare il latte, sente il pianto del bimbo, ma in casa non c’è nessuno, dà l’allarme cominciano le ricerche, si pensa ad un rapimento a scopo di estorsione ma pochi giorni dopo, la cisterna scoperchiata per caso rivela la macabra scoperta, i cadaveri vengono portati via per l’autopsia (nella foto) che confermerà il terribile sospetto: le vittime erano state gettate nella cisterna d’acqua ancora vive.  Dopo giorni di ricerche, le indagini condotte dai Carabinieri di Venaria, arrivano ad una svolta, viene ritrovata una giacca insanguinata con la scritta sull’etichetta: Caltanisetta, questo piccolo ma fondamentale indizio indica che almeno uno dei banditi era siciliano, il ritrovamento poi di un frammento di una tessera annonaria porta all’arresto di Giovanni D’Ignoti, l’unico dei quattro rimasto a Torino, la sua confessione portò all’arresto di Francesco La Barbera e Giovanni Puleo a Mezzojuso in Sicilia, per il quarto complice, il capo della banda Pietro Lala che che al tempo si celava dietro il falso nome di Francesco Saporito e che aveva lavorato presso la cascina Simonetto, non c’era nulla da fare, venne  trovato crivellato di colpi al suo paese, dove la gente lo aveva soprannominato “malacarne”.  Portati nel carcere “Le Nuove”  a Torino, vennero condannati a morte il 5 luglio 1946, a nulla servì il ricorso in cassazione, ne la richiesta di grazia inviata al Capo dello Stato Enrico De Nicola. All’alba del 4 marzo 1947 accompagnati dal cappellano delle Nuove, padre Ruggero, arrivano al poligono di tiro delle “basse di stura”, vengono condotti a tre sedie, legati con la schiena rivolta verso i fucili, li attendono schierati 36 agenti della celere, metà hanno l’arma caricata a salve, chiedono ancora di fumare l’ultima sigaretta poi un ordine secco e un solo rimbombo, sono le 7,41, il medico constata il decesso. E’ l’ultima esecuzione capitale in Italia.

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