Teofilo Sanson

Poco più di un mese fa, la Gelati Sammontana, già proprietaria da tempo della Sanson ha deciso di chiudere per sempre  il marchio della famosa casa veneta, eppure ben pochi sanno che nel dopoguerra su un carrettino con bici vendendo gelati, girava a Porta Palazzo a Torino, Teofilo Sanson. Nato a Conegliano nel 1927, quello che oggi è il cavaliere del lavoro Teofilo Sanson iniziò la sua carriera da emigrato a Torino, dove assieme al fratello aprì un piccolo chiosco di gelati. Era il 1955 quando l’inizio del boom contagiò anche i Sanson, che aprirono un laboratorio alla periferia della città. In quegli anni la crescita fu costante e il laboratorio superò la dimensione artigianale, ma per fare il vero e proprio salto di qualità e creare un’industria, Sanson decise di tornare in Veneto e nel 1968 aprì le porte lo stabilimento di Colognola ai Colli. Tra le caratteristiche del patron, spicca la passione per lo sport, che trasferiva anche ai dipendenti: «Io ricordo benissimo alcune visite che facevano in azienda sportivi famosi. Una volta vedemmo entrare il ciclista Francesco Moser, un’altra il pugile Nino Benvenuti. In occasione dei mondiali di ciclismo, poi, veniva organizzata una trasferta per i dipendenti». Fantasia e imprenditorialità non mancano a Teo. La prima lo soccorre nel 1976, l’anno del suo ingresso nel mondo delle due ruote col marchio Sanson, quando rileva anche l’Udinese calcio che, in quattro anni, risale dalle serie C alla A. C’è da diffondere l’immagine e Teo si inventa di far risaltare sull’erba dello stadio Friuli una grande scritta Sanson. I tosaerba lavorano bene, non si potrebbe, lui lo sa, quella scritta bisogna toglierla subito, ma intanto una partita è passata, tutta l’Italia ha visto in televisione, i media ne hanno parlato diffusamente e la promozione del marchio prende slancio. A chi gli chiede: «Ma chi te l’fa fatto fare a prendere l’Udinese?», risponde: «Non ho mai venduto così tanti gelati come da quando ho fatto questa scelta».Guarda alla sua azienda, ma è passione vera quella che lo avvicina allo sport. Quella per il ciclismo, poi, è straripante. Se l’avventura nel calcio è frutto di una strategia ben precisa, se quella nel rugby è doverosa «per i valori che trasmette questo sport di forza, intelligenza, fair play», come ebbe a dire, quella nel ciclismo nasce dal cuore. La bici è sangue del suo sangue. Ne terrà, ne tiene, sempre una in casa. Sanson ha intuito, scopre Eddy Merckx prima degli altri, ne intuisce subito l’enorme potenziale, lo contatta, «ma poi, per fare un favore a Giacotto, lascio perdere», gli rimane «la soddisfazione di aver visto giusto prima degli altri Teofilo Sanson è quello che, nella sua azienda, mangiava a mensa con gli operai, quello che ama andare più volte, da solo, nel piccolo cimitero di Scomigo davanti alla tomba della mamma. E quello che ha «la soddisfazione di battere l’Avvocato Agnelli nella sfida per organizzare il campionato del mondo del 1999».

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Sono un curioso del XX secolo
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